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Per rovesciare il regime in Siria, serve una vera rivoluzione

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Di Louay Hussein. Al-Hayat (16/08/2016). Traduzione e sintesi di Laura Formigari.

Per trasformarsi in una vera e propria rivoluzione, i movimenti di protesta devono attraversare due fasi: in primo luogo devono diffondere le mancanze e gli abusi del potere in carica, con l’obiettivo di sollevare una moltitudine di forze sociali verso il cambiamento; in secondo luogo, l’unione di queste  forze deve rappresentare la promessa tangibile di un futuro migliore. Seguendo questi criteri, ammettendo il nostro fallimento e la vittoria del regime sul campo di battaglia, possiamo guardare alla rivoluzione siriana.

Utilizzo il termine ‘rivoluzione’ per indicare l’insieme dei gruppi e delle pratiche adottate in Siria dall’opposizione ufficiale e non, escludendo quindi, solamente Daesh (ISIS). Come già detto le rivoluzioni, per essere tali, non possono limitarsi a un iniziale movimento caotico e improvvisato o in un movimento contemplativo assolutamente incapace di imporre la sua presenza sul campo, ma devono proporre un programma politico valido. La rivoluzione siriana, invece, si è fermata solamente alla prima fase e così i discorsi dei suoi leader non sono andati oltre la denuncia dei crimini commessi dal regime e le richieste di aiuto ai partner internazionali: una prova eclatante della mancanza di familiarità di questa leadership con le questioni politiche, di una retorica che lascia il tempo che trova e che non è più ascoltata da nessun siriano. La maggior parte dei siriani conosce bene i crimini del regime, in tutte le sue forme.

La rivoluzione, quindi, non è stata in grado di mettere in atto la seconda fase, ovvero trovare un’alternativa al regime in grado di ottenere il sostegno popolare da tutte le frange della società e delle regioni della Siria. Le cause di questa mancanza possono essere ritrovate nell’annuncio ufficiale della creazione di forze armate, a due anni e mezzo dall’inizio delle proteste, e nella diminuzione della partecipazione dei siriani che non erano disposti a pagare con la tortura e la morte il prezzo per rimanere sotto la bandiera rivoluzionaria. Con il regredire del numero degli attivisti, l’aumento di chi è fuggito dal paese e l’arrivo massiccio di volontari stranieri che si sono uniti al Jihad, la rivoluzione è diventata lotta armata, in senso assoluto.

I leader della rivoluzione non si sono rivolti ai siriani cercando di conquistare la loro fiducia, anzi, le loro parole non lasciavano dubbi: “Il silenzio è complice del sangue” e “Coloro che non partecipano ora non saranno nostri alleati, dopo la vittoria”. La caduta del regime era l’unica priorità, tralasciando però che presentare un alternativa politica valida non è un valore aggiunto o un lusso di cui si può fare a meno, ma è un elemento fondamentale per una rivoluzione che invece, agli occhi dei siriani, non ha incarnato valori migliori rispetto al passato.

Il regime siriano vincerà, non per la sua forza o per il sostegno dei suoi alleati, ma per l’assenza di quella che possiamo chiamare una vera e propria rivoluzione.

Louay Hussein è presidente e cofondatore del movimento politico Building the Syrian State. 

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