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Rohingya: chi è questa minoranza musulmana perseguitata in Myanmar?

Rohingya
Numerosi video e foto che circolano sui social mostrano la sanguinosa violenza a cui è sottoposta questa minoranza musulmana da parte dell’esercito birmano, nonostante il silenzio della comunità internazionale

France24 (08/09/2017). Traduzione e sintesi di Flaminia Munafò

Nel nord del Myanmar vivono circa un milione di rohingya, che la maggioranza buddista del paese considera migranti clandestini provenienti dal Bangladesh. Secondo diverse organizzazioni umanitarie, i rohingya vivono in condizioni simili all’apartheid, costretti a restrizioni per il trasporto e il lavoro.

I rohingya si definiscono come i discendenti dei commercianti arabi, turchi, bangladesh e mongoli presenti in Myanmar dal 15 secolo. Il governo birmano, invece, sostiene che siano migranti clandestini di origine bangladesh arrivati nel paese all’epoca delle colonie britanniche nel 19 secolo. Nel 1982, una legge in Myanmar ha abolito la cittadinanza per i rohingya, e dopo 30 anni di persecuzione, ne restano solo 800.000 in un paese il cui numero di abitanti supera i 51 milioni, per la maggior parte buddisti. Nel Giugno del 2012, un rohingya è stato accusato di aver stuprato una donna birmana e da quel momento è iniziata una campagna di pulizia etnica nello stato del Rakhine, nel nord- ovest del paese.

Human Rights Watch ha accusato ripetutamente il regime birmano ed alcuni monaci buddisti “per aver contribuito ad un crimine contro l’umanità”. L’ONG sostiene che le autorità abbiano distrutto moschee e lanciato violente campagne di arresto, oltre ad aver ostacolato l’arrivo degli aiuti ai profughi musulmani.

I rohingya hanno evitato di rispondere con la violenza agli atti di discriminazione compiuti nei loro confronti, tuttavia, nell’ottobre 2016, un gruppo armato conosciuto come “Arakan rohingya salvation army” (Arsa) ha effettuato una serie di attacchi contro i centri di polizia birmana: ciò ha portato l’esercito ad effettuare una vasta operazione di sicurezza, uccidendo gruppi e bruciando villaggi.

Lo scorso agosto i membri dell’Arsa hanno lanciato ulteriori attacchi ai centri di polizia di Rakhine, provocando nuove ondate di violenza da parte dell’esercito. Secondo l’ONU, dal 25 agosto scorso più di 123.000 rohingya sono fuggiti in Bangladesh e circa 400 sono stati uccisi.

Mentre in precedenza i membri dell’Arsa si difendevano con coltelli e mannaie, negli ultimi mesi sono diventati esperti di social, pubblicando su Twitter video ed informazioni contro le accuse subite da parte dell’esercito birmano; un nuovo rapporto dell’International Crisis Group (ICS), sulla base di interviste con combattenti e leader del gruppo, mostra che ricchi migranti rohingya in Arabia Saudita stanno finanziando il movimento. Secondo l’ONG, questo fatto coincide con la forte ascesa degli Arsa da quando sono iniziate le persecuzioni dei musulmani nel 2012 in Myanmar. L’ICG sostiene inoltre che il comandante del gruppo Arsa, Ataullah Junjuni, appartiene ad una delle famiglie rohingya emigrate in Arabia Saudita.

Sebbene fino ad ora l’Arsa neghi qualsiasi tipo di legame con i jihadisti internazionali, l’esperto di gruppi ribelli nel Sud Est asiatico, Zachary Abuza, sostiene che sia “molto probabile” la tendenza di questo gruppo islamico verso l’estremismo.

 

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