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La rivoluzione siriana nell’intervista al pianista Malek Jandali

Di Julie Poucher Harbin. ISLAMiCommentary (27/03/2014). Traduzione e sintesi di Claudia Avolio.

Il 26 marzo scorso, il pianista siro-americano, compositore ed attivista per i diritti umani Malek Jandali ha tenuto un concerto in North Carolina per aiutare i bambini siriani. Il titolo scelto per il suo progetto musicale è “The Voice of Free Syrian Children”. Seguono alcune delle domande che Julie Poucher Harbin ha posto all’artista nell’ambito di una recente intervista:

Dimmi dei primi anni della tua vita: dove sei nato? E crescere in Siria cosa ti ha dato di bello?

Sono nato in Germania e quando avevo circa 5 anni la mia famiglia ha deciso di tornare in Siria, ho molti ricordi felici dei miei anni a Homs. Ogni settimana viaggiavo da Homs a Damasco per un’ora di lezione di pianoforte. Dopo il liceo, mi sono trasferito a Damasco per continuare gli studi di musica. Ho imparato presto che l’oppressione della dittatura degli Assad aveva toccato ogni livello della società, perfino nell’accademia di musica.

Cosa ti ha spinto ad agire nell’ambito dell’attivismo?

Quando una dittatura è un dato di fatto, la rivoluzione diventa un dovere. Il gruppo di ragazzini (10-15 anni) che a Daraa hanno dato inizio alla rivoluzione siriana pacifica disegnando e scrivendo slogan per la pace e la libertà hanno affrontato la risposta più brutale da parte del regime di Assad, sono stati rapiti e torturati. Ho sentito il dovere di sostenere come potevo i siriani che avevano iniziato a manifestare pacificamente per le strade.

Perché per te è stato importante parlare chiaro (in pubblico) e questo che effetti ha avuto sulla tua famiglia?

Ho sentito come dovere ed obbligo, da artista, quello di parlare chiaro e tentare di essere la voce dei ragazzi siriani liberi nella loro nobile richiesta di libertà e pace. Meno di tre giorni dopo la mia performance del 2011 di “Watani Ana – Io sono la mia patria” a Washington DC presso la Casa Bianca, i miei anziani genitori sono stati brutalmente assaliti nella loro casa in Siria dagli scagnozzi di regime.

Quand’è stata l’ultima volta che sei stato in Siria? E cosa ti ispira della tua patria?

Nell’ottobre 2012 ho potuto attraversare il confine e ho visitato i campi per i rifugiati siriani. I ragazzi che ho incontrato lì hanno ispirato il mio album “Emessa – Homs”. Nel mio precedente progetto, “Echoes from Ugarit”, mi ha guidato il ricco retaggio siriano: si basa sulla più antica notazione musicale del mondo, scoperta nell’antica città di Ugarit, in Siria. I miei antenati, liberi, hanno creato l’alfabeto e tantissime altre innovazioni che hanno contribuito all’avanzamento dell’umanità. Ho fiducia che il popolo siriano avrà la meglio sull’oppressione e otterrà la libertà, la dignità e i diritti umani che merita.

Come ritieni sarà possibile? Nessuno sembra avere una soluzione per questo conflitto…

Non è solo un “conflitto”, è una rivoluzione dal basso in cui i siriani hanno dimostrato di impegnarsi e la soluzione è liberare la Siria dalla dittatura degli Assad e consegnare questi ultimi alla giustizia.

C’è una campagna per rendere una delle tue composizioni un nuovo inno siriano. Perché la Siria ha bisogno di un nuovo inno? E la tua composizione di cosa parla?

Sarebbe un onore se la mia “Syria – Anthem for the Free” fosse scelta dal popolo siriano come nuovo inno nazionale. Ho sentito che era ora di comporre un vero inno siriano, che descriva speranze, sogni ed ottimismo del coraggioso popolo siriano e sia un omaggio al nostro illustre passato e ai contributi dati alla civiltà. Si tratta del mio umile modo di ringraziare questo popolo per la sua fermezza dinanzi a terribili atrocità. Tutti i proventi di “Syria – Anthem of the Free” saranno devoluti a favore dei bambini siriani, che stanno vivendo la più grande catastrofe umanitaria della Storia moderna.

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Roberta Papaleo

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