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Ritmi tra le dune marocchine di M’Hamid col festival di Taragalte

di Simon Martelli (Middle East Online 14/11/2012). Traduzione di Claudia Avolio.

Ritmi trascinanti del deserto hanno portato alla vita l’oasi di M’Hamid, ultima fermata in Marocco prima che la vastità si disperda nel Sahara, con musicisti di tutta la regione discesi tra le dune. Il Taragalte music festival ha inaugurato il weekend sotto uno spettacolare cielo stellato, con gruppi al femminile giunti soprattutto da Marocco, Mauritania e Mali. Corse di cammelli, poesia, danze tradizionali hanno avuto come sfondo le palme e le morbide dune sabbiose di M’hamid: un festival che festeggia – e cerca di tutelare – una cultura del deserto minata dalla modernità, dicono gli organizzatori.

Il gruppo mauritano Noura Mint Seymali ha accattivato il pubblico con la potenza della vocalist, Noura, accompagnata da una virtuosa esibizione di Ayniyana all’ardine, un’arpa a venti corde simile alla kora. Poi è stata la volta delle malesi Tartit: dieci donne tuareg della regione settentrionale di Timbuctu, la cui musica tradizionale – mescolarsi ipnotico di canto, battiti di mani e percussioni – ha aggiunto intensità all’evento marocchino. I disordini hanno costretto il gruppo a lasciare il Mali in febbraio, solo due settimane dopo aver suonato al Festival del deserto di Timbuctu. Da allora, gli islamisti radicali hanno occupato l’intera regione del nord, vietando la musica, distruggendo antichi santuari e obbligando le donne ad indossare il velo.

Un cartello messo sotto al palco del festival recitava: “Taragalte omaggia Timbuctu, retaggio dell’umanità”. Oum, la star marocchina (una giovane ragazza) messa in luce nella serata d’apertura col suo gruppo soul di cinque elementi, ha detto che il festival invia un messaggio di solidarietà ai musicisti e alle donne del Mali. “E’ un’occasione per dire che li sosteniamo, e per la libertà delle arti, e semplicemente per la libertà di essere,” ha detto alla AFP, aggiungendo: “Il messaggio è ancora più forte perché viene dalle voci delle donne”. Il festival di Taragalte, giunto quest’anno alla sua quarta edizione, ha intessuto stretti legami con la sua controparte del Mali, con la presenza annuale degli organizzatori, e l’invito rivolto ai musicisti di fare tappa a M’Hamid dal festival di Timbuctu – “Solo un viaggio di 50 giorni in sella a un cammello,” dicono scherzando le persone del luogo.

Anche il chitarrista malese Samba Toure, pupillo della leggenda musicale del Mali, Ali Farka Toure, ha fatto un salto a M’Hamid, mentre nel 2009 è stata la volta del famoso gruppo tuareg Tinariwen, che ha suonato allora nella serata d’apertura. Osman Toure, bassista del gruppo mauritano Noura Mint Seymali, invitato a suonare a M’Hamid anche durante il festival di Timbuctu di gennaio, ha lodato l’iniziativa marocchina, seguendo gli eventi in Mali. “Trovo che il deserto, le tende… Certo, saranno culture diverse. Ma lo spirito è lo stesso. C’è una grande somiglianza tra i due festival,” ha detto Toure, continuando: “C’è stato un momento tragico (in Mali) rispetto alla musica… Molti musicisti si sono spostati in Mauritania, in Senegal e nel Burkina Faso. Ma malgrado ciò, molti sono rimasti qui”.

M’Hamid El Ghizlane si staglia a fondo nel deserto, sul bordo dell’arida valle Draa, circa 250 chilometri a sudest di Ouarzazate – la cosiddetta porta d’ingresso al Sahara marocchino – e a 40 chilometri dal confine algerino. Secoli fa, era percorsa dalle carovane di cammelli di chi faceva affari lungo l’antica via commerciale tra il Marocco e Timbuctu, ma la chiusura della frontiera algerina nel 1994 implica che ogni viaggio via terra, per quanto rischioso, non è più possibile. Halim Sbai, uno degli organizzatori del festival di Taragalte, parla animosamente del bisogno di tutelare “il patrimonio naturale e culturale del deserto,” anche permettendo alle persone del luogo di partecipare, mostrando le proprie tradizioni e facendo conoscere la propria musica al festival.

La costruzione di una diga idroelettrica a Ouarzazate nel 1972, con lo scopo di rifornire la popolazione in crescita della città ed il commercio turistico, coi suoi hotel a cinque stelle e i campi da golf, ha assestato un duro colpo alle risorse idriche di M’Hamid, spiega Sbai. “La diga ha privato la regione dell’acqua che, prima che venisse costruita, scorreva dalla catena montuosa Atlas giungendo fin qui”, continua l’organizzatore, che aggiunge: “Siamo in un’oasi che ha bisogno d’essere tutelata, è un ambiente estremamente fragile. Così cerchiamo di attrarre turisti che ci aiutino in questo compito, in modo da poterla lasciare intatta alle generazioni future”.


Claudia Avolio

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