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Rimarremo emarginati se non emancipiamo le donne

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I fattori di ritardo nei Paesi arabi sono molti e forse il più importante è la marginalizzazione del ruolo della donna: emanciparla porterebbe a un rinascimento culturale indispensabile per le nostre società.

Di Hamid Al-Kafaee. Al-Hayat (09/03/2018). Traduzione e sintesi di Antonina Borrello.

I fattori di ritardo e regresso nelle nostre società sono molti e forse il più importante è la marginalizzazione, persino l’assenza, del ruolo della donna nei più svariati ambiti della vita quotidiana.

La famiglia araba continua a privilegiare la figura maschile, trascurando deliberatamente quella femminile, il cui compito principale sarebbe quello di “procreare e crescere i figli” e obbedire agli “ordini” degli uomini. Questa posizione arretrata e conservatrice ha danneggiato sia gli uomini che le donne, indebolendo soprattutto lo Stato e la società. Infatti, dato che all’interno della famiglia la madre ha di solito un’influenza più forte sui figli rispetto al padre, se non è istruita, crescerà dei figli che non hanno né istruzione né cultura. Se invece una donna è istruita e ha esperienza lavorativa, i figli saranno membri utili nella società e contribuiranno al progresso dello Stato. Può sembrare ovvio, ed è così, ma la maggior parte di noi ci crede solo teoricamente. A livello concreto abbiamo fatto ben poco per rafforzare la posizione della donna che continua a dipendere dall’uomo in tutto e per tutto; persino le donne che lavorano non controllano le loro entrate, anzi, le spendono per i membri della famiglia come se non le avessero.

Anche se a causa della supremazia maschilista il processo non sarà facile, è necessario affrontare questo squilibrio che ci ha tenuti indietro per molti anni e avere il coraggio di diagnosticare il problema e di lavorare sodo per risolverlo.

Per migliorare la condizione della donna si dovrebbero ideare progetti ben definiti e a lungo termine. Ad esempio, a livello economico potrebbero essere avviate diverse iniziative, a partire per esempio dall’imposizione dell’obbligo per istituzioni, aziende e università di destinare metà dei loro posti alle donne. Dal punto di vista culturale, invece, l’istruzione primaria e secondaria dovrebbe essere resa obbligatoria per tutti; si potrebbe altresì offrire un contributo in denaro alle donne che completano il proprio percorso universitario ed eventualmente includere anche un tirocinio. I Paesi potrebbero emanare leggi che diano alla donna uno stipendio pari al salario nominale di un dipendente medio in modo che riesca a soddisfare i suoi bisogni e a essere finalmente libera dalla dipendenza dall’uomo. Tale diritto produrrebbe un salto di qualità a lungo termine nelle nostre società e le renderebbe più forti e produttive.

Si può forse sostenere che queste soluzioni siano eccessivamente costose e che i nostri Paesi non siano in grado di metterle in atto ma, se consideriamo gli effetti sull’economia e sulla società, ci appaiono chiari i vantaggi sia a breve che a lungo termine. Queste sovvenzioni infatti contribuirebbero a stimolare le attività commerciali interne dato che i soldi verrebbero spesi per beni di consumo. Le donne sarebbero inoltre culturalmente, socialmente ed economicamente attive e stimolerebbero un circolo virtuoso in grado di alimentare positivamente la società.

La soluzione, quindi, non risiede in un’azione specifica, bensì in diverse azioni complementari che devono puntare innanzitutto all’ emancipazione economica della donna e a garantirne l’istruzione.

Una società non può crescere se le donne non sono in prima linea nel suo progresso. Ed è proprio nei paesi potenti che le donne svolgono un ruolo fondamentale: nel Regno Unito la leadership politica è in mano a una donna per la seconda volta in trent’anni, mentre Angela Merkel è alla guida della Germania da 10 anni. In India, Pakistan, Irlanda, Scozia, Birmania, Filippine, Sri Lanka e Bangladesh le donne hanno preso il comando e hanno avuto successo.

Nel mondo arabo le donne non hanno ancora assunto cariche importanti e persino negli ultimi tempi la loro partecipazione è stata nient’altro che simbolica, così come è avvenuto per la prima donna ministro in Iraq, Nazih al-Dulaimi. In Siria, Marocco, Tunisia, Egitto e Kuwait le donne hanno occupato posizioni di primo piano soltanto ufficialmente, senza avere la reale possibilità di apportare cambiamenti concreti, vedendosi spesso relegate alla posizione di ma non hanno apportato un vero cambiamento, essendo spesso rappresentanti di propaganda. Ciò di cui gli arabi oggi hanno bisogno è un vero e proprio rinascimento culturale, un rinascimento che inizia conferendo alle donne il potere di assumere ruoli di leadership nella società. In caso contrario, rimarremo dei popoli che vivono ai margini della civiltà.

Hamid Al-Kafaee è uno scrittore iracheno.

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  • Nel mondo arabo le famiglie e la scuola devono insegnare ai maschi ad essere uomini e assumersi le proprie responsabilità verso le donne e a non trattarla come oggetto di proprietà e la situazione di è dovuta alla mancanza della cultura generale e religiosa e alla diffusione della corruzione a tutti i livelli nel mondo arabo e alla cattiva governanza che causa povertà e cittadini di serie A e di serie Z.

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