Immigrazione Zoom

Rifugiati o migranti: verso una nuova definizione

Irin News (15/06/2015). Traduzione e sintesi Carlotta Caldonazzo.

Secondo la definizione proposta dalla Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati del 1951, per rifugiato si intende colui che fugge dal proprio Paese in cerca di protezione, “temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche”.  Così l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) precisa sul suo sito internet che “rifugiati e migranti, anche se spesso percorrono lo stesso cammino, sono essenzialmente differenti, pertanto vengono trattati in modo molto diverso dalla moderna legislazione internazionale”. Infatti i migranti, soprattutto quelli denominati “migranti economici”, “scelgono di partire per migliorare le prospettive future proprie e delle loro famiglie”, mentre i rifugiati “devono partire se vogliono salvarsi la vita o preservare la propria libertà”.

In realtà spesso dietro un viaggio di fuga vi sono molteplici ragioni, tra le quali il timore di persecuzioni può coesistere con il desiderio di trovare maggiori opportunità economiche. Inoltre, non di rado le stesse persone affrontano più di un viaggio, come i Siriani, che inizialmente fuggivano in Turchia e Giordania, mentre ora tentano di arrivare in Grecia. Tuttavia, le distinzioni sancite dalle leggi internazionali vengono spesso offuscate, più o meno intenzionalmente, dal dibattito politico dei singoli Paesi, in particolare quelli di destinazione, dove, nei confronti sia di rifugiati che di migranti, si verificano fenomeni di intolleranza. Così ultimamente si è spesso sentito accomunare sotto la (discutibile di per sé) etichetta di “migranti irregolari” tutti coloro che affrontano la rischiosa traversata del Mediterraneo. Uno stratagemma ben collaudato dai fautori della difesa dei confini, che dimenticano quanto sia importante la sovranità nazionale solo di fronte alle missioni internazionali, le cosiddette “guerre umanitarie”.

Generalmente, i migranti economici vengono considerati con minor empatia rispetto ai rifugiati, anche se chi scappa dall’emarginazione sociale proviene da luoghi ridotti in miseria da calamità naturali o da strategie coloniali lontane, vicine o presenti e più o meno esplicite, ma tutte accomunate dalle finalità di mercato. Un altro paradosso è che se un cittadino eritreo viene riconosciuto come rifugiato in Sudan e in seguito tenta di raggiungere l’Europa, qui si dovrà nuovamente stabilire se egli abbia diritto a quello status, oppure se dovrà essere considerato un migrante irregolare. La normativa infatti differisce da Paese a Paese: ad esempio, lo scorso anno la Norvegia ha concesso l’asilo politico al 95% degli Eritrei che hanno presentato domanda, mentre la Francia solo al 15%. Solo nel caso di guerre e conseguenti catastrofi umanitarie, che non lasciano simili possibilità di scelta, a volte i governi considerano chi scappa da zone di conflitto come rifugiato prima facie.

I media invece, nel tentativo di distinguere migranti e rifugiati, generalmente annoverano tra questi ultimi soltanto Siriani ed Eritrei, escludendo coloro che fuggono l’Africa occidentale. Per lo stesso meccanismo associativo, i Rohingya di Myanmar si definiscono rifugiati, mentre chi viene dal Bangladesh si considera migrante economico. La stessa espressione “migranti forzati”, che racchiude coloro che sono costretti a lasciare il proprio Paese pur non avendo diritto allo status di rifugiati, è limitata al mondo accademico. Insomma, la terminologia attualmente utilizzata dai media a proposito di migranti e rifugiati costituisce un vero guazzabuglio e la conseguente confusione nell’opinione pubblica dovrebbe essere ragione sufficiente per la ricerca di nuove definizioni che tengano conto dei cambiamenti globali.

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Roberta Papaleo

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