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Referendum in Turchia e il destino di Assad

Turchia Siria
Cosa accomuna il popolo siriano a quello turco chiamati entrambi a decidere del proprio destino?

Di Samira al-Musalima. Al-Arab (22/04/2017). Traduzione e sintesi di Marianna Barberio.

Di recente gli elettori turchi hanno scelto di emendare la propria Costituzione in base al principio secondo cui “il popolo è padrone del proprio destino”. Una simile espressione è molto frequente oggi, in riferimento al caso siriano, e trova validità sul piano giuridico ma meno su quello pratico.

Se in Turchia il richiamo a indipendenza, sicurezza e Costituzione acquista pieno valore, in quanto il testo costituzionale è garante del diritto di votare liberamente, della partecipazione politica, della libertà di pensiero alla cui base vige il godimento della piena cittadinanza, lo stesso pensiero non attraversa le menti di coloro che sostengono il diritto di scelta del popolo siriano, chiamato a decidere le sorti del proprio presidente, responsabile di una guerra sanguinaria e devastante che dura da sei anni o dall’inizio della rivoluzione stessa.

Malgrado ciò, la vittoria del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP) in Turchia non è andata nella direzione voluta, e ha lasciato un sapore più vicino alla sconfitta. Del resto, gli emendamenti decisi dall’ultimo referendum si oppongono alle intenzioni di metà degli elettori e questo mette il partito dinanzi ad enormi responsabilità costringendolo ad esercitare il massimo sforzo affinché tali modifiche non diventino un ulteriore muro di separazione tra nazionalisti e riformatori, oltre alle già esistenti divisioni ideologiche o politiche.

Cos’è che accomuna allora i due popoli, quello siriano e turco, chiamati a decidere del proprio destino? È questo un interrogativo a cui né il regime siriano o i suoi sostenitori (Russia e Iran), né “gli amici del popolo siriano” sono capaci di rispondere. Gli ultimi insistono sul fatto che il popolo siriano è il solo a poter esercitare il diritto di voto alla luce dei bombardamenti, della distruzione, degli arresti, delle uccisioni, dell’emigrazione o del cambiamento democratico che richiede in primis di fissare i requisiti di voto. È evidente che alla base vi sono i diritti di cittadinanza, di libertà di partecipazione politica, rotazione del potere senza superare il diritto dei siriani alla giustizia transitoria che alcuni Paesi cercano di nascondere, per tuffarsi nella nuova ondata di sessioni a Ginevra al fine di trovare una soluzione politica.

Le proposte di entrambe le fazioni, quella del regime o dell’opposizione, non si differenziano molto nelle varie sedute di Ginevra e, allo stesso tempo, non evolvono in direzione di una soluzione “magica” che porti alla transizione politica, metta fine al terrorismo e definisca i parametri di una costituzione e delle elezioni in Siria.

Dunque le parti dell’opposizione siriana invitate a Ginevra hanno la responsabilità di presentare un progetto nazionale che dia ai siriani il diritto di esprimere il proprio pensiero nella Siria verso cui sperano di fare ritorno. E noi diciamo a queste parti: “Ritornate insieme alla volontà propria dei siriani, agli interessi e alla speranza della Siria unita, e non di quella divisa tra tribune, agende o quant’altro”.

Samira al-Musalima è una scrittrice e giornalista siriana, nonché ex capo redattore per il quotidiano Tishreen e vicepresidente della Coalizione Nazionale delle Forze Rivoluzionarie.

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Redazione

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