Siria Zoom

Recuperare il senso di umanità in Siria

Di Rami Koussa. As-Safir (16/05/2015). Traduzione e sintesi di Marianna Barberio.

Un paragone con gli eventi di Berlino del 1945, all’indomani della fine della seconda guerra mondiale, ci presenta una Germania contesa tra Francia, Gran Bretagna, Russia e Stati Uniti d’America. Dopo anni di scontro con quella nazione che deteneva il primato industriale, gli Stati dell’Alleanza hanno potuto vendicarsi saccheggiando il patrimonio nazionale tedesco e sfruttando la popolazione locale, in particolare i bambini, conosciuti come “ladri di miniere”. Infatti, questi andavano a sosituire il lavoro dei grandi, a vantaggio dei paesi colonizzatori.

E allora ci chiediamo: “Com’è possibile curare quei bambini affetti dalle conseguenze della guerra?”.

Giungiamo alla Siria di oggi, dove, malgrado l’assenza di miniere, ritroviamo gli stessi “ladri di carbonio”. Li riconosciamo nei panni di mendicanti, di venditori di gomme da masticare ai semafori, nelle vittime del freddo nei campi profughi o nelle acque del Mediterraneo. Ma tra di loro, si distinguono alcuni ancora più pericolosi: piccoli demoni assetati di sangue, abituati ad uccidere, filmati con armi da guerra e abiti militari che mal si addicono ai loro corpi innocenti.

Questi bambini crescono in fretta, vittime di quel “radicalismo” diffusosi in ogni angolo della terra. Nelle sembianze di futuri “mujaheddin e shabbiha”, saranno destinati ad una persecuzione eterna o salvati nella loro fanciullezza per preservare quell’umanità perduta.

Divisioni tra città, lotti di quartiere, scontri tra classi armate e esercito nazionale raccontano di una guerra civile in Siria, che sembra prolungarsi ancora per molto. E questo consente ad una generazione di bambini di divenire ottimo combustibile per alimentare una nuova guerra negli anni a venire. Sono bambini privati dell’istruzione che, per costrizione o per scelta, appartengono alla strada e che hanno un immediato bisogno di sostegno psicologico.

Un sostegno che deve giungere anche da parte mediatica e scolastica: fino ad ora nessuno però ha potuto accantonare immagini di morte dalle loro menti o prestare loro la giusta accoglienza. Forse perché i psicologi non sono preparati ad una crisi di tali dimensioni, né tantomeno quelle associazioni di volontariato che sottolineano successi formali.

Ne deriva quindi una generazione riconciliata alla criminalità. I siriani devono allora rendersi conto di essere gli unici a poter salvare le future generazioni, e che è giunto il tempo di affrontare tale riforma. È necessario impegnarsi seriamente.

Tale riforma implica la restaurazione della fede, di una religione oggi politicizzata e causa di divisione, morte e deformazione.

Reintrodurre la fede nelle case o nei luoghi di culto, seguendo il detto “ la religione a Dio e la patria agli uomini”. Solo così potremmo procedere verso la riunione, la ricostruzione e la preservazione.

Rami Koussa è giornalista e scrittore siriano per LevantTv e per il quotidiano As-Safir.

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Roberta Papaleo

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