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Rachid Daif: il Libano tra lettere a scrittori morti e libertà sessuale

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Dal blog Mille e una pagina di Claudia Negrini

Rachid Daif è una delle figure più famose e influenti della letteratura libanese e araba contemporanea. È nato nel 1945 da una famiglia maronita, e quindi cristiana, a Edhden, una città situata nella zona settentrionale del Libano, secondo di otto fratelli. Nonostante le umili condizioni della famiglia è riuscito a studiare, arrivando fino al grado universitario, durante il quale ha studiato letteratura araba presso la Lebanese University a Beirut.

La sua vita e i suoi scritti sono legati indissolubilmente alle vicende libanesi, prima fra tutte la guerra civile che ha colpito il paese dal 1975 al 1990. Un esempio fra tutti che testimonia quanto il conflitto abbia influito sulla sua produzione artistica è il cambio di genere. Rachid Daif, infatti, nasce come poeta e ha iniziato a usare la prosa solo verso la fine degli scontri che hanno dilaniato il suo paese, perché secondo lui la narrativa era più adatta a descrivere la strana realtà che gli si presentava davanti.

rachid-daif-mio-caro-kawabataIl libro che lo ha consacrato alla fama, anche internazionale, è stato pubblicato, in lingua originale del 1995 con il titolo “Azizy al-sayyid Kawabata”, tradotto in moltissime lingue, tra cui anche l’italiano. Dal 1998, grazie alla traduzione di Isabella Camera d’Afflitto pubblicata da Edizioni Lavoro, anche il pubblico italiano ha potuto apprezzare “Mio Caro Kawabata”. Tutto il romanzo viene presentato come una lunga lettera di confidenze personali che fa Rachid, alter-ego letterario dell’autore, allo scrittore giapponese Yasurani Kawabata, Premio Nobel per la letteratura nel 1968 e morto suicida molto prima della stesura di questo romanzo. Il narratore ci confida fin da subito che ha scelto lui come destinatario di questa sua lunga lettera perché, era sì uno scrittore affermato, ma era asiatico, e quindi non occidentale. Rachid stesso, confessa che non potrebbe essere così sincero con uno scrittore europeo o americano, per esempio.

Il lettore, seguendo il ritmo della narrazione cadenzato dalla ripetizione del ritornello “Mio caro Kawabata”, che accompagna tutto il testo, scopre le vicende legate alla vita di Rachid, a partire dalla sua infanzia, fino all’età adulta. La memoria, che l’autore ribadisce più volte essere certa e affidabile, permette al lettore adesso di soffermarsi su dettagli minuti e ora di fluire del fiume di parole riversato sulla pagina. Il tempo si ripiega su se stesso, diventa labirintico e tortuoso.

Questo è uno dei tratti caratteristici della prosa di Rachid Daif, insieme all’estrema poeticità della sua scrittura. Non a caso la sovrapposizione temporale è elemento portante anche di un altro romanzo molto famoso dello scrittore libanese, che in italiano è intitolato “E chi se ne frega di Meryl Streep”, pubblicato da Jouvence nel 2002 tradotto da Palma d’Amico, che aveva attirato la mia attenzione proprio per questo titolo inaspettato.

Questo romanzo breve racconta le vicende di una coppia di neo-sposini che hanno fin da subito delle turbolenze nel costruire la loro vita insieme. Lei, bella, sicura e emancipata, si scontra con il machismo e il conservatorismo di lui. Rappresentano, in parte, il dualismo della società libanese, che non ha ancora capito  verso quale polo dirigersi, ma neppure come stare in equilibrio tra i due estremi. La narrazione avviene in prima persona, tramite gli occhi di lui, Rashud. Ancora una volta, il nome è molto simile a quello dello scrittore, ma tra i due non c’è affinità. Nello svolgersi degli eventi, infatti, l’attaccamento di Rashud ai valori patriarcali, in forte contrasto con le sue pulsioni, viene mano a mano ridicolizzato, fino a diventare una parodia di sé stesso.

Vengono affrontati molti tabù riguardo alla vita sessuale di una coppia, di un uomo e di una donna, presi come esempio di tutta una società. Il linguaggio, spesso esplicito, ma mai volgare, fa sentire il lettore come un amico intimo del narratore, che ascolta il suo sfogo una sera in un bar. Il flusso di parole è costante e non viene interrotto neppure graficamente dalla divisione in capitoli, totalmente assente.

Sono entrambi libri che vanno letti tutto d’un fiato, anche per la loro struttura grafica, ma che poi bisogna digerire e lasciar sedimentare al fine di coglierne tutte le sfumature e gli spunti che Rachid Daif decide di condividere con il lettore.

Buona Lettura!


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