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R-H-L, a tutti i viaggiatori

riḥla. Una parola femminile per chiamare il viaggio, una radice cresciuta per le strade battute dalla Storia. I poeti, in epoca pre-islamica, descrivevano il raḥīl, il viaggio, che li aveva condotti accanto ai resti dell’accampamento, dove viveva la tribù dell’amata vent’anni prima. La tribù che non era ormai più lì perché a sua volta si era messa in viaggio, “elemento centrale nella vita degli Arabi nomadi” (D. Amaldi).

riḥla attraversa i secoli e diventa figlia di Ibn Baṭṭuṭa, il Marco Polo arabo che nel 1325, a ventun anni, partì per un viaggio che lo portò in tutto il mondo islamico, fino a toccare Delhi, in India. Era marocchino di origini berbere questo viaggiatore, e da Tangeri si mise a girare il mondo. I suoi viaggi li narrò, una volta tornato in Marocco, incaricando Ibn Juzayy – poeta andaluso – di trascriverli. Perché riḥla vive due volte, quando si compie e quando poi si racconta, e per ogni sguardo che la incontra rivive ancora, e si rincarna.  Sono trascorsi centinaia di anni e Allen Ginsberg, Paul Bowles, Jean Genet, hanno tutti amato la città di Ibn Baṭṭuṭa, Tangeri, abitandola e poi scrivendone.

Come il viaggiatore berbero, sei secoli più tardi, anche Mohamed Choukri aveva vent’anni quando ha iniziato il suo particolare viaggio: la sua riḥla all’interno della lingua araba. Quella Tangeri che  Ibn Baṭṭuṭa aveva lasciato per esplorare il mondo, divenne per Choukri, che vi si trasferì da piccolo con la famiglia perché nel rif (le campagne marocchine) c’era carestia e povertà, il luogo in cui imparare a leggere e a scrivere. “E’ come dicono: la gente piange perché non ha mai visto Tangeri – ma una volta che l’hai vista, poi piangi lo stesso”, è così che la vedeva questo scrittore, come una città con “la morte scritta nel volto”, eppure un luogo in cui “anche quando ti ritrovi senza un quattrino e depresso, qualcosa d’interessante e godibile sembra sempre venire da te”. Non sembra che parli della natura propria di riḥla?

Poi c’è la nota dura di questa radice, plasmata nella parola irḥal, “Vattene!”, che nel 2011 è stata scelta dal Festival du Mot (il Festival della Parola) come parola-simbolo di quell’anno, in onore a chi scendendo nelle piazze arabe l’aveva gridata tante volte chiedendo al potere di farsi da parte. E un’altra parola che amo molto è raḥḥāla, viaggiatori, nomadi, giramondo. Sapete una cosa? Mi sono accorta che riḥla, ad ascoltarla bene, custodisce quasi lo stesso suono di due parole arabe piene di forza: “rīḥ”, in arabo è il vento, “la” è invece la parola per dire “no”. Ci pensate? Il viaggio in arabo comincia con un soffio di rīḥ, vento, e finisce con il gesto di un essere umano rivolto a chiunque abbia intenzione di fermarlo, quel vento: la, no.

In riḥla chi si mette in viaggio difende il vento col proprio corpo, con la spinta stessa dei movimenti che compie per proseguire, attraversandolo. A tutti i viaggiatori è rivolto il canto di Franco Battiato reso magia dalla voce di Giuni Russo, che parla proprio ai raḥḥāla, Nomadi, alla ricerca della “dimensione insondabile”, e rivela loro che quella dimensione si trova “alla fine della strada”. Allora coraggio, riḥla, facci rimettere in cammino…

Giuni Russo – Nomadi


Claudia Avolio

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