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La questione abitativa in Kuwait

Di Amer Thiab al-Tamimi. Al-Hayat (20/03/2014). Traduzione e sintesi di Cristina Gulfi.

La questione abitativa è una delle priorità che il Kuwait si trova a dover affrontare, come ha evidenziato il capo dell’Assemblea Nazionale Marzouq Ali al-Ghanem nel corso di una conferenza svoltasi nei giorni 9 e 10 marzo scorsi. Le richieste di alloggi sono circa 108.000 e i cittadini sono sempre più preoccupati.

In Kuwait, il sistema abitativo sociale garantisce ad ogni cittadino sposato il diritto a un’abitazione oppure a un buono per l’acquisto di un terreno o ancora a un prestito senza interessi. In questo modo, dal 1954 molti kuwaitiani hanno ottenuto una casa a condizioni molto favorevoli. Il problema è che bisogna aspettare a lungo, circa 15-20 anni. Durante questo periodo, però, il governo fornisce una somma mensile di 150 dinari (circa 530 dollari), che può essere utilizzata per affittare un appartamento o continuare a convivere con la famiglia d’origine.

Allo stato attuale, la domanda di abitazioni cresce dell’8% ogni anno: di questo passo entro il 2020 le richieste saranno circa 175.000. Quante case vengono costruite all’anno? Il governo del Kuwait ha promesso all’Ente per l’Edilizia Pubblica più di 12.000 unità abitative, ma in molti dubitano dell’effettiva realizzazione di questo progetto.

Occorrono dunque nuove soluzioni. Una potrebbe essere quella di dare più spazio al settore privato – un’idea che cozza con quella di Stato sociale sostenuta dal Kuwait grazie alle rendite petrolifere. Attualmente il ruolo del settore privato nell’edilizia è limitato da una serie di leggi, eppure si tratterebbe di un modo per alleviare le difficoltà del governo. Un altro aspetto degno di nota è lo spazio abitativo: i kuwaitiani hanno a disposizione più di 1.300 metri quadri a testa, rispetto ai 150-200 di europei ed americani.

Per questi motivi le politiche abitative del Kuwait hanno bisogno di essere riviste. Ad esempio lo Stato, invece di limitarsi a concedere prestiti a interessi zero e buoni-casa, potrebbe fornire i terreni alle imprese private stabilendo criteri specifici per quanto riguarda la qualità degli edifici e la fornitura di nuovi servizi alle abitazioni.

Eppure i kuwaitiani rivendicano prima di tutto una casa di proprietà e rifiutano buoni-casa inferiori a 400 metri quadri. Chissà se si sono soffermati sui costi di queste politiche abitative e sulle capacità da parte dello Stato di sostenerle nel lungo termine. Ma soprattutto, alla luce delle difficoltà attuali, il governo e l’Assemblea Nazionale inizieranno a perseguire una filosofia più realistica?

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Cristina Gulfi

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