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Quello che va bene oggi nel mondo

Di Javier Solana. El País (03/12/2014). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo.

Non c’è ancora un accordo sull’Iran. Obama ha subito una dolorosa sconfitta alle ultime elezioni per il rinnovo di parte del Senato e del Congresso. Se aggiungiamo la misera crescita economica nell’eurozona, l’ascesa del jihadismo islamico e le tensioni con la Russia, si potrebbe dedurre che il mondo vive in una spirale di pessimismo e instabilità. Tuttavia, il mese di novembre ha lasciato qualche segno positivo ed è necessario sottolinearli per non lasciarsi andare allo scoraggiamento imperante.

L’Iran è ancora in debito col mondo. Le negoziazioni sono arrivate alla scadenza senza un accordo, ma con buone vibrazioni: la Repubblica Islamica ha rispettato l’accordo provvisorio e i 5+1 hanno manifestato la loro volontà di sollevare le sanzioni. Il termine è stato prolungato fino al giugno del prossimo anni, con la speranza di raggiungere un’intesa fondamentale per la stabilità regionale e mondiale. All’Iran serve una visione strategica: l’opportunità è unica. Ci sono poche altre cose assolutamente necessarie in questo momento storico. Un nuovo conflitto in Medio Oriente sarebbe catastrofico. Il negoziato e la diplomazia sono l’unico modo sicuro di risolvere la questione nucleare iraniana sul lungo termine, che porterà alla normalizzazione dell’importante ruolo che l’Iran dovrà giocare nella stabilità della regione. Confido che quell’accordo sarà finalmente possibile.

In Medio Oriente, poi, ci sono state alcune buone e inaspettate notizie. Il Consiglio di Cooperazione del Golfo è riuscita, dopo otto mesi, a far sì che Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrein tornino ad inviare i propri ambasciatori in Qatar. La Tunisia ha celebrato le sue elezioni parlamentari dopo mesi di governo di concentrazione: il partito laico Nidaa Tounes ha sconfitto gli islamisti di Ennahda. Poco dopo, i tunisini hanno celebrato le loro prime elezioni presidenziali libere dalla deposizione di Ben Ali. La Tunisia continua ad essere un faro di speranza per la regione. Il suo governo di coalizione dimostra che è possibile rompere con la vecchia e nociva dinamica mediorientale per cui chi vince prende tutto. La Tunisia ci insegna che è possibile condividere il potere, una lezione che il mondo arabo dovrebbe imparare.

Le tensioni causate dagli attentati a Gerusalemme dimostrano quanto sia difficile progredire nel processo di pace tra Israele e Palestina. Se la violenza di avvicina a Gerusalemme, luogo sacro per eccellenza per le parti, il conflitto potrebbe prendere una piega più religiosa e, pertanto, più difficile da gestire. L’iniziativa del governo israeliani di fare del Paese lo Stato nazionale del popolo ebraico non aiuta per niente, poiché antepone il carattere ebraico dello Stato alla sua natura democratica. Potrebbe minare i diritti delle minoranze. Oggi più che mai, penso che si potrà raggiungere una nuova dinamica del processo di pace attraverso il riconoscimento dello Stato di Palestina da parte dell’Europa. Un’Europa che, non lo dimentichiamo, ha sostenuto e sostiene economicamente le istituzioni provvisorie palestinesi.

Javier Solana, ex Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza Comune dell’Unione Europea, è un politico spagnolo. 

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Roberta Papaleo

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