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Quei giovani di via Mohamed Mahmoud

Articolo di Luca Pavone

“Via il regime dei militari, giustizia per i martiri”. Sono questi i cori che riecheggiano da un piccolo sit-in organizzato a piazza Tahrir dalle famiglie delle vittime cadute nel gennaio 2011. Improvvisamente la polizia interviene disperdendo la manifestazione a colpi di bastoni, è il 19 novembre 2011.

Immediatamente gruppi di ragazzi si radunano in via Mohamed Mahmoud (che collega Tahrir al ministero degli Interni) e ben presto tutto degenera: giorni di guerriglia continua, gas, cartucce, proiettili, oltre 40 morti. Molti giovani perdono la vista a causa di tiratori scelti che miravano agli occhi. La strada è diventata subito famosa per i graffiti commemorativi disegnati lungo la via durante la battaglia , trasformandosi in un prezioso museo a cielo aperto della rivoluzione.

In quei giorni i Fratelli Musulmani hanno scelto il silenzio: la strada era in discesa, le elezioni a un passo, la vittoria a portata di mano. Perché mai andare contro la giunta militare che di lì a poco avrebbe consegnato loro le chiavi del potere? Anche i salafiti,  temendo lo stop dell’imminente voto a causa degli scontri, hanno definito allora i manifestanti di via Mohammad Mahmoud dei delinquenti imbottiti di tramadol (un farmaco antidolorifico usato a volte in alternativa alla droga) intenti a fermare l’inarrestabile progetto del nuovo “Egitto islamico”. Oggi, tutti questi gruppi annunciano di voler partecipare all’anniversario di quel tragico evento.

Dall’altro lato della barricata, anche i sostenitori dell’esercito invitano a manifestare il 19 novembre, non certo per ricordare quei morti, bensì per celebrare niente di meno che il compleanno di Abdelfattah El Sisi, e per non rischiare che i loro avversari rubino loro la scena.

Così oggi tutti fanno a gara per aggiudicarsi la tribuna d’onore approfittando di questo doloroso anniversario (uno dei tanti). C’è chi ha smesso di credere da tempo alla favola di quella primavera araba, chi non ci ha mai creduto e chi ci spera ancora, per una volta questo non è importante, perché nessuno può negare che tutti quei giovani siano morti per difendere i propri ideali e le proprie aspirazioni, e per questo la loro memoria va rispettata ed onorata, cosa difficile nell’Egitto di oggi dove quando qualcuno muore ci si preoccupa prima di tutto di sapere se provenisse dalle fila dei “terroristi” o dei “golpisti”.

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Luca Pavone

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