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Quando la storia ignora un punto di svolta

Di Amir Taheri. Asharq al-Awsat (30/05/2014). Traduzione e sintesi di Alessandra Cimarosti.

Tre anni fa, quando l’Egitto e altri Paesi arabi erano in preda alle rivolte popolari, ci siamo chiesti se gli eventi avrebbero portato a ciò che c’era stato in Europa nel 1848. Quell’anno, l’intero continente europeo, dalla Francia alla Russia, era minato da una serie di rivoluzioni che scossero i regimi autocratici. Le rivolte avevano avuto luogo dopo una serie di battute d’arresto dei regimi, aggravate da una carestia di grossa portata nel 1846. Ispirando una romantica euforia senza precedenti, gli eventi del 1848 furono chiamati collettivamente “Primavera delle Nazioni”. Il Manifesto Comunista, scritto da Karl Marx e Friedrich Engels nel febbraio 1848, aveva promesso la rivoluzione: non furono dunque una sorpresa gli eventi che poi presero il nome di “Rivoluzione Europea”. Molti commentatori descrissero quel momento come un “punto di svolta della storia moderna”.

Presto, tuttavia, divenne chiaro che sia coloro che avevano utilizzato l’etichetta “rivoluzione”, che coloro che avevano parlato di “momento di svolta” avevano agito prima del tempo. Una rivoluzione può essere chiamata così solo dopo che ha avuto luogo, non prima o mentre sta accadendo. Gli eventi hanno fatto riferimento ad un “momento di svolta”, ma la storia si è rifiutata di voltare pagina, facendo invece una piroetta che l’ha riportata al punto di partenza.

Dal 1852, la Francia è tornata sotto una dittatura, ancora più brutale di quella relativamente liberale di re Luigi Filippo. Nell’impero austriaco, i militari schiacciarono le rivolte, non solo a Vienna, ma anche in Italia e Ungheria. In Prussia, utilizzando un pugno di ferro, il despotico regime di Federico IV consolidò la sua posizione, adornandola con una patina di nazionalismo pan-tedesco.

Perché le insurrezioni del 1848 non riuscirono a trasformarsi in rivoluzioni a pieno titolo?

Secondo me per quattro ragioni. La prima sarebbe la codardia della classe media urbana che, dopo aver iniziato l’insurrezione, si è fermata, terrorizzata dalla prospettiva delle “masse” al potere.

La seconda era la mancanza di organizzazione dietro a rivolte in gran parte spontanee. Gruppi radicali organizzati, inclusi socialisti, anarchici e bonapartisti, sono stati tra gli ultimi ad unirsi alle rivolte. Una volta che i gruppi organizzati hanno preso il controllo del movimento, l’hanno trasformato rapidamente in un veicolo per la loro presa del potere e la creazione di un nuovo status quo che li favorisse.

La terza ragione era la realizzazione dell’élite militare che avrebbe potuto prendere il potere per sé stessa. L’élite militare si è dimostrata come salvatrice della nazione sia dallo screditato ancien régime che dal “caos” generato dalla rivoluzione.

La quarta ragione era la mancanza del sostegno da parte delle potenze democratiche del momento. Il governo inglese fece molto rumore in sostegno delle “richieste legittime” delle masse del continente, ma fece poco per aiutarle. Gli Stati Uniti, dopo descritti da Marx come “la migliore speranza delle masse sofferenti”, fece anche meno.

Nel breve e nel medio termine, l’esperienza europea nel 1848 fu un fallimento. Più a lungo termine invece, diede una scossa alle fondamenta dell’autocrazia, creando una spinta verso la democrazia e rendendo il vecchio modello europeo dello stato imperiale obsoleto. Da allora, nonostante una serie di colpi di scena orribili, si è diffuso un crescente desiderio per lo Stato di diritto, per la ripartizione dei poteri, per il pluralismo e per il rispetto dei diritti umani.

In Europa nel 1848, come nel Medio Oriente nel 2013, la storia ha ignorato un punto di svolta, ma solo momentaneamente, non sapendo che avrebbe dovuto girare da qualche altra parte lungo la strada.

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Alessandra Cimarosti

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