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Qual è il problema dell’Egitto?

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Di Hisham Melhem. Al-Arabiya (09/08/2015). Traduzione e sintesi di Angela Ilaria Antoniello.

“Che fine ha fatto l’Egitto?” si chiede un funzionario americano riferendosi al ridimensionamento dell’Egitto dal suo status precedente, ossia una potenza regionale capace di influenzare e modellare gli eventi e di mediare i conflitti. Oggi l’Egitto si è tramutato in un immenso serbatoio di “soft power”. Intellettuali, scrittori, musicisti e artisti egiziani hanno creato lavori pionieristici e sperimentali nella narrativa, nel teatro, nel cinema e nella musica. Il Cairo ha ispirato e Alessandria ha incantato generazioni di arabi.

Il lamento si è levato nel corso di una conversazione sul totale fallimento degli Stati e delle società arabe nell’arginare le guerre civili e i conflitti settari che minacciano la regione e nel contrastare l’influenza, talvolta soffocante, dell’Iran e della Turchia. Per generazioni l’Egitto è stato una potenza politica e culturale da non sottovalutare nel Levante, nella penisola arabica e anche in una parte dell’Africa, ma oggi non ha lo stesso passo di Israele, Turchia e Iran. Riesce a malapena a proteggere se stesso dal caos della Libia ed è incapace di influenzare Gaza, se non chiudendo i valichi. Sotto Mubarak, l’Egitto era stagnante. Dalla sua fine politica, l’Egitto è andato alla deriva.

Il Paese è sopravvissuto economicamente solo grazie alla gentilezza degli estranei. E anche se l’Egitto non è più il dono culturale agli arabi date le sue università mediocri, i giornali illeggibili e gli oltraggiosi programmi televisivi, i suoi leader politici e intellettuali continuano ancora a vivere nella negazione della loro situazione. In questo distorta visione della realtà egiziana, l’Egitto “ha diritto” alla generosità araba perché gli Stati arabi del Golfo hanno bisogno del Cairo per bilanciare l’Iran e la Turchia. L’Egitto “ha diritto” agli aiuti economici e militar americani per via del trattato di pace con Israele e perché l’Egitto è presumibilmente importante per gli interessi strategici americani in Medio Oriente. L’amara realtà che molti egiziani trovano impossibile ammettere è che un Paese che non è in pieno controllo del proprio territorio non può aspirare a svolgere un ruolo regionale.

La scorsa settimana, tra pompa magna e nazionalismo, l’Egitto ha celebrato l’apertura del “nuovo canale di Suez”, anche se in realtà si tratta di un un canale parallelo che corre per un terzo della lunghezza del canale. È stata un’impressionante opera di ingegneria che El Sisi ha definito con un’iperbole “’un’arteria aggiuntiva di prosperità per il mondo”. Diciamo che il governo Sisi, dopo due anni di potere in un Paese ancora più diviso e senza aver soddisfatto minimamente le aspettative, aveva bisogno di una celebrazione politica e simbolica per confermare al mondo e agli stessi egiziani che ancora possono fare grandi cose.

Tuttavia, i festeggiamenti sono stati tenuti pochi giorni dopo che decine di estremisti islamici e soldati erano stati uccisi in violenti combattimenti nel nord del Sinai. A dimostrazione che la tensione e la brutalità nella penisola del Sinai è destinata ad aumentare, a meno che il governo non cambi strategia, passando dal semplice impiego della forza bruta all’assicurare incentivi ed economici agli egiziani alienati che vi abitano.

La scorsa settimana è ripreso il dialogo strategico tra Egitto e Stati Uniti, accompagnato dall’arrivo di otto F-16 e dalla visita del segretario di Stato John Kelly e il suo incontro con il presidente Sisi è una chiara indicazione del fatto che l’amministrazione Obama ha deciso di non lasciare che la pessima situazione dei diritti umani in Egitto precluda la ripresa di una piena cooperazione militare con il governo cairota.

Ci vorranno molti anni prima che l’Egitto possa ritrovare il suo storico ruolo di leadership regionale, almeno in ambito politico e securitario e il primo passo è quello di sconfiggere le reti terroristiche perseguendo una strategia globale contro gli estremisti. Occorre bilanciare i requisiti securitari e gli imperativi dei diritti umani. Le condizioni della regione sono cambiate radicalmente negli ultimi anni e il ritorno di Egitto alla sua vecchia posizione in Medio Oriente non è più possibile. Certamente non sarà possibile fino a quando chi governa e chi fa opinione continuerà  a vivere nella negazione della situazione attuale. Devono collettivamente e in modo critico chiedersi: Qual è il problema dell’Egitto?

Hisham Melhem è analista e responsabile d’ufficio per Al-Arabiya News Channel a Washington.

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Ilaria Antoniello

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