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Profughi siriani: quello che i media non dicono

Profughi sirianiDi Saleem El Beik. Al-Quds al-Arabi (22/10/2013). Traduzione e sintesi di Silvia Di Cesare

La televisione, i mezzi di comunicazione e i canali d’informazione in generale del mondo arabo non hanno affrontato, se non in modo superficiale, la disgrazia che stanno vivendo i profughi siriani e palestinesi che emigrano attraverso il mare e che spesso finiscono per perdere la vita nelle tragedie di cui siamo testimoni in questi giorni. Nonostante la portata tragica degli eventi, i media arabi non hanno prestato minimamente attenzione alla cosa.

Non sono qui per mostrarvi le cifre delle vittime inghiottite dal Mar Mediterraneo. I rifugiati di cui parliamo sono coloro che sono passati dalle mani della sicurezza siriana alle mani della sicurezza egiziana, per divenire protagonisti della tragedia del mare, o forse di una tragedia diversa, ma comunque messi alla prova dal destino.

Il paragrafo che segue racconta ciò che i mezzi di comunicazione non dicono.

Si tratta della lettera di uno di questi migranti, di questi siriani e palestinesi detenuti nelle carceri egiziane e sospeso come gli altri tra due tragici destini: morire in Siria per mano del regime o morire nel Mediterraneo per mano del regime libico. L’autore della lettera, datata 17 ottobre 2013, si trova ora sotto la custodia del nuovo regime egiziano e racconta, a chi ha la possibilità di leggerla, molto più di quanto si possa trovare scritto in qualsiasi  rapporto giornalistico.

“La nostra storia ha inizio il 12 ottobre 2013 alle ore 6, quando siamo arrivati con un autobus al luogo di incontro con i trafficanti nella regione di Abukir, ad Alessandria. Il conducente passa nelle vicinanze della stazione di frontiera, pur sapendo che quella non è la strada giusta da fare. Subito dopo si ridirige verso la costa. Ci ritroviamo in 100 all’interno di una stanza che affaccia sul mare, la porta chiusa alle nostre spalle, senza luce e senza possibilità di utilizzare il cellulare. Rimaniamo rinchiusi fino alle due di notte, quando la guardia di frontiera entra nella stanza e ci arresta. Sorprendente notare come l’unico a non esser arrestato è il trafficante.

Veniamo trasportati in una camera della guardia di frontiera dove rimaniamo fino a mezzogiorno. In questo lasso di tempo, dieci persone cercano di fuggire, quattro vengono arrestate e uno di loro malmenato dalle forze di sicurezza. Ventuno persone vengono rilasciate il giorno stesso. Altri 38 uomini di nazionalità siriana e palestinese vengono spostati in una sala più piccola, che potrebbe contenere non più di 15 persone, insieme a 20 donne di età non maggiore ai 20 anni. Le nostre condizioni di vita sono davvero pessime: il governo egiziano non ci garantisce neanche i diritti fondamentali individuali. Siamo vittime di maltrattamenti da parte della polizia, che ci impongono di firmare rapporti che non abbiamo neanche la possibilità di leggere; non sappiamo quale sarà la nostra fine, se verremo rilasciati o se verremo rimpatriati.

Qui, da questa stalla adibita a prigione, a nome di tutti i detenuti facciamo appello a tutte le personalità, gli organi e gli Stati che sono attenti ai diritti umani e ai diritti dei rifugiati affinché ci aiutino. Chiediamo di veder rispettati i nostri diritti. Ci hanno rinchiuso in questa prigione e ci perseguitano come faceva il governo siriano. Ci rivolgiamo a chi può diffondere la nostra lettera affinché si faccia portavoce della nostra richiesta di libertà e di rispetto dei diritti umani, parole ormai scomparse dai nostri dizionari.

Siamo finiti in questa prigione solo perché abbiamo cercato di raggiungere uno Stato dove vengono rispettati i diritti umani, per poter vivere in esso con dignità e scappare da tutto ciò che succede nel nostro paese”.

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Roberta Papaleo

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