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Più donne nei processi di pace

Di Yara Al-Wazir. Al-Arabiya (21/11/2015). Traduzione e sintesi di Elisa Gennaro.

Secondo l’International Peace Institute, “accordi di pace duraturi anche 15 anni sono tanto più probabili se raggiunti con il coinvolgimento femminile”. Eppure, tra il 1992 e il 2010 la percentuale di donne che ha partecipato in questi processi in qualità di mediatori capo e di negoziatori è stata rispettivamente del 2% e del 9%.

La questione di una maggiore considerazione delle donne nei negoziati patrocinati dalle Nazioni Unite chiama in causa la scarsa attenzione per la parità e per i diritti di genere in situazioni di conflitto. Soltanto il 15% degli accordi siglati tra il 1990 e il 2010 facevano riferimento a queste componenti (genere e parità). La risoluzione approvata nel 2008 dal Consiglio di Sicurezza ONU per porre fine alla violenza sulle donne in guerra e per una loro partecipazione nei colloqui di pace non è stata pienamente applicata.

Da allora sono state approvate diverse risoluzioni in materia. La più recente risale a un mese fa: è la 2242 e in essa si è voluto far fronte alle necessità delle donne in situazioni di conflitto. La risoluzione è però debole nel determinare quali debbano essere gli obiettivi strategici per favorire un coinvolgimento delle donne nei processi di pace. In particolare la clausola 8 della risoluzione contiene l’impegno a raddoppiare nei prossimi cinque anni il numero di donne negli eserciti e nella polizia del corpo di peacekeeping dell’ONU, ma non si fa cenno alla loro nomina alle cariche più alte, ciò che permetterebbe alle donne di far parte dei negoziati, benché si legge ancora “dare la priorità alla nomina di donne”.

Affinché un processo di pace abbia luogo, le donne dovrebbero essere in prima linea nei negoziati. Indubbiamente la violenza contro le donne in situazioni di conflitto è un fattore che contribuisce alla loro esclusione dalla vita diplomatica e dai processi di pace. Sarebbe pertanto determinante il coinvolgimento di questa categoria di donne. Basti pensare alle donne a cui la risoluzione 2242 fa riferimento: l’irachena Yanar Mohammad e la libica Alaa Murabit, entrambe a sostegno del documento.

La soluzione dunque sta nel coinvolgimento della società civile. L’ONU dovrebbe mettere in pratica ciò che predica. In situazione di conflitto le donne si fanno carico di responsabilità, e ne pagano sempre le conseguenze. Siano guerre civili o interventi militari, le donne sono vittime di molestie, stupri, abusi fisici e traumi psicologici. A tal proposito l’ONU deve perseguire ciò che promuove. Caschi blu sono stati accusati di stupro nella Repubblica Centroafricana, Congo, Kosovo, Liberia, Haiti e Sud Sudan. Il fenomeno è noto dal 1990. È incoraggiante che la risoluzione 2242 parli di politica della “tolleranza zero” verso questi reati, ma non è abbastanza. Non è sufficiente rimettere ai governi nazionali i procedimenti giudiziari di questi fatti.

La risoluzione era stata approvata dalla maggioranza, ma cosa aspettarsi da quei paesi che avevo contrario contro la protezione delle donne nei conflitti nell’eventualità in cui siano chiamati a difendersi?

Yara al-Wazir è una giornalista e attivista palestinese.

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Roberta Papaleo

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