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Piano Prawer: nuove prospettive per i palestinesi?

Zoom 12 dic piano prawerDi Ahmed Azem. Al-Monitor (05/12/2013). Traduzione e sintesi di Omar Bonetti.

Le proteste contro il Piano Prawer che si sono susseguite nei mesi passati hanno investito anche i palestinesi e le loro modalità d’azione. È sorta così una serie d’irrisolti interrogativi: qual è la forza maggiore in campo? Questa nuova legge sarà la miccia per lo scoppio di una terza Intifada? Come si coordinerà l’azione rispetto a una realtà così complessa?

L’avvocato Shehada Ben Berri, membro della Alto Comitato di Direzione per gli Affari del Negev, ha affermato che si tratta di piano razzista che coinvolge lo sradicamento di 40 mila individui appartenenti a un’entità culturale diversa. L’avvocato ha aggiunto che l’intenzione degli israeliani non è ancora chiara: forse si tratta di impedire che i beduini conducano uno stile di vita diverso, destinandoli a vivere in alti condomini, certamente non nelle ville che sorgerebbero sui loro territori.

Le forze in campo, però, non sono di tipo tradizionale. Infatti, l’avvocato Ben Berri ha constatato che il ruolo dei giovani è sempre più preminente, mentre, l’influsso dell’apparato tradizionale, come l’Alto Comitato Direttivo, ha un potere minore sulle masse di arabi israeliani. L’avvocato Jihad Abu Raya, che lavora come volontario per difendere le decine di ragazzi arrestati il 30 novembre scorso, indica che il livello d’istruzione tra i detenuti è considerevolmente alto rispetto al passato, senza contare la presenza di artisti e professionisti. Nonostante ciò, Ben Berri ha sottolineato che l’impeto di questi moti non è ai massimi livelli, quindi è difficile definirli “di massa”. Infatti, la partecipazione alle proteste sembra essere ancora piuttosto limitata, come affermano due attivisti palestinesi, Rashad Al-Hindi e Badi Dweik. Allo stesso tempo, però, non c’è un coordinatore preciso, ma si tratta più di un coordinamento d’azioni, con l’aiuto anche di organizzazioni estere specializzate nella causa palestinese, come il BDS, Boycott, Divestment and Sanctions. Ad ogni modo, la risposta agli appelli è stata significativa e con sorpresa degli israeliani le manifestazioni hanno coinvolto zone da sempre considerate tranquille.

Forse la società beduina è di natura pacifica, ma il piano israeliano ha toccato i suoi membri da vicino. Secondo Dweik, infatti, “il personale è imprescindibile dal nazionale”. Egli crede che il piano non sia altro che la ripetizione di un modello di politica pianificata già applicato in tutte le aree palestinesi, in cui la popolazione è stata bloccata in un fazzoletto di terra, i terreni sequestrati e le case distrutte. Sono queste le motivazioni per cui, secondo Hindi, i palestinesi si sentono così vicini e coinvolti dalla causa dei beduini del Negev.

Secondo l’opinione di Ben Berri, oggi esistono molti strumenti per lottare, a livello politico, legale e mediatico. Egli spera che il governo israeliano riveda il Piano Prawer senza arrivare allo scontro diretto. Da parte sue, Dweik dubita che ci siano le basi per lo scoppio di una terza intifada. Infatti, ci sono ancora divisioni interne e c’è il timore che un’escalation di azioni possa condurre a uno scontro con le forze palestinesi. In ogni caso, la speranza è riposta nelle mani della nuova generazione di ragazzi che stanno già sviluppando i loro propri mezzi di confronto.

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Roberta Papaleo

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