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Petrodollari privati, jihad pubblico

Di Nasr al-Majali (Elaph 04/10/2014). Traduzione e sintesi Carlotta Caldonazzo.

Secondo il quotidiano britannico Daily Telegraph sarebbero una ventina tra Paesi e singoli individui a finanziare in modo più o meno diretto gruppi che figurano nella lista delle organizzazioni terroristiche di Stati Uniti e ONU. Personaggi provenienti soprattutto dalle ricche petromonarchie del Golfo, un po’ come il fu capo di Al-Qaeda Osama Bin Laden. Alcuni con una storia simile a quella dell’autoproclamatosi califfo al-Baghdadi.

Uno di questi è Khaled Mohammed Turki al-Subay’i, attualmente dipendente della Banca Centrale qatarina, già finanziatore di Khaled Sheykh Mohammed (pakistano, in carcere a Guantanamo per vari attentati, tra cui quello dell’11 settembre 2001), condannato da un tribunale del Bahrein per gli attentati del 2008 a Mumbai, arrestato, poi rilasciato e ora sospettato di aver inviato denaro a gruppi jihadisti in Siria e Iraq e al ramo pakistano di Al-Qaeda. Un po’ come al-Baghdadi, che uscito dal carcere iracheno di Camp Bucca è diventato uno dei capi dell’allora Stato islamico in Iraq, cellula embrionale di Daish (conosciuto in Occidente come ISIS).

Il dossier al-Subay’i fa dunque riflettere su quello che nella migliore delle ipotesi è il “fallimento” del Qatar nel tentativo di fermare questi flussi di denaro. Secondo la commissione Sicurezza e Intelligence del parlamento britannico, Doha “dovrebbe scegliere i suoi amici o subire le conseguenze”. Inoltre un cablogramma diplomatico del maggio 2008 fa riferimento a un dissidio sul suo conto tra l’intelligence qatarina e il primo ministro Hamad bin Jassim al-Thani. Al-Subay’i sarebbe inoltre in contatto con due giordani con passaporto qatarino. Entrambi considerati finanziatori di Al-Qaeda, uno in Pakistan, l’altro in Iraq e Siria (territorio dell’affiliato Fronte al-Nusra).

Al-Subay’i non è l’unico qatarino della lista, mentre altri rapporti riguardano finanziatori di Al-Qaeda e affiliati provenienti da altri paesi del Golfo. In molti casi le organizzazioni terroristiche beneficiarie sembrano utili non tanto a sovvertire regimi, quanto a garantire la conservazione dello status quo senza intervenire direttamente. Il Consiglio di Cooperazione del Golfo (Ccg) non può risolvere tutte le questioni inviando le sue truppe come in Bahrein. Anche perché non tutti i Paesi interessati sono davanti al nemico storico iraniano come il Bahrein. Sussistono inoltre dubbi sul fatto che la situazione improvvisamente “sfugga di mano”, come si è spesso detto a proposito di Daish e dei suoi sostenitori, in primis nel Golfo.

La polveriera mediorientale viene costantemente alimentata da potenze regionali che per mantenere gli equilibri di influenze, pur di debellare sul nascere (o prima) qualsiasi movimento laico tenti di impugnare le rivendicazioni e il malcontento sociali, scelgono di sovvenzionare i cartelli del jihad.

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Carlotta Caldonazzo

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