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Perché la Giordania è rimasta immune alla primavera araba

Zoom 24 dic giordaniaDi Mohammad Naim. Elaph (23/12/2013). Traduzione e sintesi di Laila Zuhra.

Allo scoppio della prima scintilla della Primavera Araba, si sono susseguite numerose ipotesi sulla possibilità che anche il regime giordano potesse essere investito da quell’ondata rivoluzionaria che avrebbe portato prima o poi alla caduta del re Abdullah II. Nonostante siano passati quasi tre anni dalla Rivoluzione dei Gelsomini in Tunisia e dalle rivolte del Cairo, di Tripoli, di Sana’a e di Damasco, contro ogni previsione la bilancia pende a favore del regime giordano.

Inoltre, solo un mese fa, la Giordania è divenuta membro del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, a testimonianza del fatto che l’intera comunità internazionale riconosce la forza del regime giordano e la sua capacità di controllare il Paese preservandone la stabilità.

Secondo il professor Oded Eran, uno dei più importanti ricercatori del Centro di Sicurezza Nazionale israeliano, nonché ambasciatore ad Amman, “sono molti i motivi che hanno determinato la forza e la stabilità del monarca, il primo dei quali è rappresentato dal sostegno popolare di cui Abdullah II, che è riuscito a realizzare riforme di successo andando incontro alle aspirazioni delle masse, gode soprattutto tra i cittadini di origine giordana, mentre l’opposizione si limita per lo più ai Fratelli Musulmani e a quella fascia di cittadini di origine palestinese seguaci di correnti religiose”.

Secondo Eran, gli errori dei Fratelli Musulmani in Giordania hanno giocato a favore del re Abdullah II, soprattutto con la rinuncia a prendere parte alle ultime elezioni parlamentari, perdendo così la possibilità di ottenere una rappresentanza ufficiale.

Tuttavia, il fattore principale che ha consentito al re di Giordania di rimanere al potere è stato forse l’aver ottenuto, circa un anno e mezzo fa, un finanziamento di cinque miliardi di dollari da parte di Stati Uniti, Unione Europea e altri Paesi arabi che ha contribuito a rassicurare le tribù giordane già solidali con la casa reale.

Ad ogni modo, è impossibile ignorare i rischi ai quali è esposto il potere in Giordania, il primo dei quali è rappresentato dal fardello dei rifugiati siriani: la loro numerosa presenza si ripercuote fortemente sull’economia del Paese, che ha sostenuto ingenti oneri finanziari per poter dare ospitalità a un così elevato numero di rifugiati; inoltre, il tasso di disoccupazione è salito al livello più alto degli ultimi cinque anni, arrivando al 14%.

Per assicurare la stabilità di Abdullah II, la comunità internazionale dovrebbe, pertanto, continuare a fornire il proprio aiuto finanziario mettendo così il regno Hashemita nella condizione di affrontare e superare tutte le difficoltà a cui deve far fronte.

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Roberta Papaleo

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