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Perché Israele ha vietato il richiamo alla preghiera dei musulmani a Gerusalemme?

A Gerusalemme il richiamo alla preghiera e le campane della Chiesa si intrecciano in un promemoria armonico, come a sottolineare che la convivenza è una possibilità reale

Di Ramzy Baroud. Middle East Monitor (14/11/2016). Traduzione e sintesi di Giusy Regina.

Fin da quando ero piccolo, mi ha sempre rassicurato il suono del muezzin (muadhin) che richiamava alla preghiera nella moschea principale del nostro campo profughi a Gaza. Ogni volta che ho sentito l’adhan al mattino presto, annunciando con voce melodica che era arrivato il momento della preghiera dell’alba, sapevo che potevo tornare a dormire sano e salvo.

Naturalmente, l’invito alla preghiera nell’Islam, come il suono delle campane della Chiesa, ha un significato religioso e spirituale molto profondo, in quanto si è sempre ripetuto per cinque volte al giorno per gli ultimi 15 secoli, senza mai interruzioni. Ma, in Palestina, queste tradizioni religiose hanno anche un significato simbolico.

Per i rifugiati del mio campo ad esempio, la preghiera dell’alba significava anche che l’esercito israeliano aveva lasciato il campo, che le loro incursioni notturne terrificanti e violente erano terminate e che il muezzin poteva riaprire le vecchie porte arrugginite della moschea, annunciando ai fedeli che un nuovo giorno era arrivato.

Persino quando la moschea nel nostro campo – il campo profughi di Nuseirat nella Striscia di Gaza – venne perquisito, le porte sigillate e l’imam arrestato, la gente è salita sui tetti delle case durante il coprifuoco militare per annunciare la chiamata alla preghiera. Anche il nostro vicino di casa, comunista, lo ha fatto,  pur non avendo mai messo piede all’interno di una moschea! E questo perché non si trattava di una questione esclusivamente religiosa, ma un atto di sfida collettiva, dimostrando che nemmeno gli ordini dell’esercito avrebbero potuto mettere a tacere la voce del popolo.

La chiamata alla preghiera significava continuità, sopravvivenza, rinascita, speranza e tanto altro ancora, che l’esercito israeliano non ha mai davvero capito. L’assalto alle moschee non è mai finito. Secondo il governo e i media, un terzo delle moschee di Gaza è stato distrutto nel 2014: 73 moschee sono state completamente distrutte da missili e bombe e 205 sono state parzialmente demolite. Tra queste anche la moschea di Al-Omari a Gaza, che risale al 649 d.C.

Ora Israele sta cercando di vietare la chiamata alla preghiera in varie comunità palestinesi, a partire da Gerusalemme Est. Il divieto è entrato vigore solo poche settimane dopo che all’UNESCO erano passate due risoluzioni di condanna alle pratiche illegali di Israele, che violano il diritto internazionale e tentano di alterare lo status quo di una città che è centrale per tutte le religioni monoteiste.

Tutto ha avuto inizio il 3 novembre scorso, quando una piccola folla di coloni dell’insediamento illegale di Pisgat Zeev sono andati davanti alla casa del sindaco israeliano di Gerusalemme, Nir Barakat e hanno chiesto al governo di porre fine all'”inquinamento acustico” proveniente dalle moschee della città. Detto fatto. “I funzionari militari sono arrivati prima dell’alba per informare i muezzin del divieto, impedendo ai musulmani locali di raggiungere i luoghi di culto”. Lo ha riferito Times International Business.

Svolgendosi cinque volte al giorno, la preghiera è il secondo dei cinque pilastri principali nell’Islam e la chiamata alla preghiera è la convocazione dei musulmani al fine di adempiere a tale obbligo. Ma non solo: è anche una parte essenziale dell’identità intrinseca di Gerusalemme, dove le campane della chiesa e il richiamo alla preghiera spesso si intrecciano in un promemoria armonico che indica che la convivenza è una possibilità reale.

Ma nessun atto coercitivo impedirà ai musulmani di pregare. A Gerusalemme, quando ai palestinesi viene impedito di raggiungere i loro luoghi santi, essi spesso si raggruppano dietro i posti di blocco dell’esercito israeliano e pregano lo stesso. E a questo si assiste da quasi cinquant’anni. Per quanto Israele può avere il potere di distruggere moschee e vietare al muezzin il consueto richiamo, la fede palestinese ha mostrato una forza di gran lunga più impressionante: Gerusalemme non ha mai smesso di invitare i suoi fedeli e loro non hanno mai smesso di pregare. Per la libertà e per la pace.

Ramzy Baroud è giornalista, scrittore e fondatore di PalestineChronicle.com

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Giusy Regina

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