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Perché lo Stato islamico non intende colpire Israele

Zvi Bar’el – Haaretz (15/07/2014). Traduzione e sintesi Carlotta Caldonazzo.

Mentre Israele sta aggredendo Gaza, forse è utile sapere che almeno un gruppo jihadista non ha la minima intenzione di colpirla o minacciarla. Si tratta dello Stato islamico (Isis), che in breve tempo ha raccolto alleanze tribali e armi tra Siria e Iraq, riuscendo inoltre a cambiare rapidamente strategia.

Visti i toni altisonanti usati dall’Isis, molti sul web si sono chiesti perché questo gruppo non rivolga la minima attenzione a Israele, che uccide musulmani nella Striscia di Gaza, preferendo invece assassinare altri musulmani in Siria e Iraq. L’organizzazione ha risposto su Twitter che “la guerra contro il nemico più vicino è più importante” e che “uccidere gli ipocriti” è un ordine di Dio poiché essi “sono più pericolosi degli eretici”. Così, sulla lista nera dell’Isis si trovano molti capi di Stato ed esponenti politici arabi (compresi i re giordano e saudita e i quadri dei Fratelli musulmani egiziani) prima di arrivare a personalità israeliane.

Nel frattempo l’Isis, durante la sua avanzata, oltre a raccogliere soldi e armi (spesso si tratta di forniture Usa all’esercito iracheno), stringe alleanze politiche e militari con i capi tribali, in Iraq come in Siria. A Deir ez-Zor ad esempio ha offerto loro una divisione dei proventi del petrolio estratto dai giacimenti in territori conquistati in cambio della lealtà, che significa controllo del territorio e si manifesta con l’applicazione della shari’a. In Iraq invece ha organizzato una vera cerimonia, durante la quale decine di capi tribali hanno giurato fedeltà al “califfo” Abu Bakr al-Baghdadi. Anche in questo caso il patto non ha nulla a che vedere con la religione, essendo un modo per garantire la supervisione di una regione in cambio di protezione e denaro.

Stato islamico, ovvero l’anti-Stato, che distribuisce armi e cibo ai suoi sostenitori in Iraq e Siria e che suscita terrore. Molti giovani iracheni a Mosul come in altre città sono alle prese con una corsa ai certificati rilasciati dai centri di culto sunniti, per dimostrare di essere musulmani ossequiosi evitando violenze da parte dei combattenti dell’Isis. Similmente decine di poliziotti, soldati e ragazzi vengono “caldamente invitati” ad allearsi con il “califfato”, consegnare le armi e promettere di non ostacolare la sua ascesa. In cambio ricevono una sorta di diploma del buon musulmano pentito. Alcuni vengono persino reclutati come combattenti, con un salario che oscilla tra 2000 e 3000 dollari al mese, a seconda delle mansioni.

Il vero problema tuttavia è che molti abitanti di Mosul hanno ritenuto la fedeltà all’Isis non peggiore della fedeltà al governo iracheno, considerato da alcuni, soprattutto sunniti, come governo “occupante”. Anche se esistono migliaia di testimonianze delle brutalità commesse dai jihadisti del califfato: giovani frustati perché guardavano i mondiali di calcio, centinaia civili sciiti uccisi solo per la loro appartenenza confessionale, aggressioni contro sconosciuti senza motivi apparenti, requisizione di case, in particolare di proprietari cristiani. Esecuzioni sommarie a parte, si tratta di abusi perpetrati anche dai soldati iracheni prima dell’arrivo dell’Isis. Se il malcontento nei confronti di al-Maliki non fosse così diffuso, lo Stato islamico non avrebbe guadagnato tanti consensi-alleanze formali. Sostenere una fazione solo per rovesciare un governo è una via battuta da molti, tribali e non.

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Carlotta Caldonazzo

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