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Perché in Iraq la lotta a Daesh non si è trasformata in una guerra nazionale

iraq bandiera

Di Majed Samra’i. Al-Arab (14/06/2016). Traduzione e sintesi di Laura Formigari.

Non c’è iracheno che non sia d’accordo nel definire Daesh (ISIS) un’organizzazione terroristica che, dal giugno 2014, ha occupato un terzo dell’Iraq e che serve gli interessi delle grandi e medie potenze. In questo contesto il governo iracheno aveva il dovere di trasformare la lotta a Daesh in una guerra nazionale, che vedesse partecipe non solo una particolare classe o confessione e che non favorisse l’influenza straniera sul paese. La storia umana in generale, e irachena in particolare, ci insegna che le guerre di liberazione nazionale sono un’opportunità d’oro per trasformare il popolo in una forza coesa, in cui le risorse umane vengono mobilitate e messe al servizio del paese.

Purtroppo questi principi non vengono applicati alla guerra contro Daesh. L’Iraq odierno obbedisce a un regime comandato da politiche confessionali che dipinge Daesh come “un’organizzazione miscredente sunnita”, il braccio lungo dell’Arabia Saudita e dei paesi del Golfo. Combattere Daesh significa, quindi, combattere un altro esercito di stampo confessionale. È questa la chiave del fallimento del governo iracheno che non è riuscito a trasformare la lotta al terrorismo in una questione di interesse nazionale che coinvolgesse tutti i cittadini iracheni – sunniti, sciiti, arabi, curdi, turcomanni e cristiani.

Alla caratterizzazione confessionale di Daesh da parte dei leader sciiti e alla politica di violenza e discriminazione del governo iracheno, che ha accusato la popolazione del distretto di al-Anbar e  in particolare della città di Fallujah di aver favorito l’avanzata di Daesh, si aggiunge la responsabilità di quelle leadership sunnite che non hanno mai preso una posizione chiara in merito, preferendo conservare i propri privilegi piuttosto che premere per un ritorno all’equilibrio. La guerra contro Daesh si è trasformata, a livello politico, in un’opportunità per accelerare l’influenza dell’Iran sull’Iraq e per fare di questo paese una base strategica di contrasto all’Arabia Saudita e ai paesi del Golfo. La timida iniziativa del primo ministro iracheno Haidar al-Abadi di inviare i suoi delegati in alcune capitali arabe, non è riuscita a contenere la violenza in Iraq perché di fatto tale iniziativa non era frutto di una reale politica, ma di intenti tattici. Allo stesso tempo il primo ministro si è trovato in contrasto con i canali satellitari arabi che trasmettevano le gravi violazioni contro la popolazione di Fallujha. Ma come può Abadi assistere indifferente agli atti di violenza contro i cittadini innocenti di Fallujah, sgozzati come pecore, come può consegnare così tanti giovani in uno spettacolo di morte che si continua a ripetere? È questa la vera guerra contro Daesh?

La situazione attuale indica che vi è un accordo tra forze regionali e americane per nascondere queste violazioni. Dovrebbero sollevarsi voci autorevoli della politica sciita che si accordino a tutte le altre voci della popolazione irachena per impedire alla politica attuale di lacerare in brandelli confessionali i cittadini: nulla a che fare con la liberazione del paese da Daesh.

Majed Samra’i è uno scrittore iracheno.

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