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Perché i giovani egiziani sono arrabbiati?

#WeWantToTalk: la nuova battaglia via rete dei giovani egiziani

Di Ahmad Mahir. Al-Arabi Al-Jadid (9/11/2017). Traduzione e sintesi di Veronica D’Agostino.

Negli ultimi giorni, in Egitto, si è combattuta una feroce battaglia su internet sotto lo slogan “#WeWantToTalk”. Questo hastagh è lo stesso che è stato utilizzato in occasione della conferenza mondiale dei giovani svoltasi all’insegna della pace e del dialogo. Questo slogan però, si è presto trasformato in un manifesto contro le violazioni del regime egiziano. Mentre la conferenza si stava concludendo, altri gruppi di giovani, contrari all’attuale sistema, hanno tenuto una conferenza parallela sul web con lo slogan “#OurYouthForum”, nel tentativo di mostrare l’altra faccia della medaglia e di far sentire la voce di tutti i detenuti e gli oppositori al regime.

Proprio in quegli stessi giorni, Abdel Fattah Al-Sisi si è riunito, come ogni anno, con un gruppo di giovani in una conferenza programmata nella quale i ragazzi discutono con il presidente delle questioni più importanti al fine di promuovere l’idea di un presidente a sostegno dei ragazzi e incoraggiare il dibattito e il dialogo. Nonostante l’incontro sia avvenuto con decoro, la maggioranza sa che ciò non rappresenta i giovani d’Egitto e il popolo è ben consapevole che la realtà dei fatti è molto lontana da quella decantata in queste conferenze, le quali sono espressione soltanto di una singola voce, ovvero quella del presidente stesso. Infatti, tutti sanno che i partecipanti di queste conferenze sono i giovani del programma presidenziale o dei partiti politici che vengono appositamente scelti secondo determinati criteri per parlare di quello che il governo Al-Sisi è riuscito ad ottenere in materia di educazione, sanità, lavoro, sicurezza, giustizia sociale, democrazia, diritti umani e altro ancora. Così facendo, fanno credere al mondo che non ci sia oppressione o esclusione nei confronti della gioventù egiziana e che esista una nuova generazione di giovani davanti alle telecamere.

D’altra parte però, conferenze e slogan come questi provocano una forte reazione su un’ampia fascia della società egiziana in rivalità con il regime. Gran parte della popolazione ha subito sistematicamente forme di repressione e d’ingiustizia. Decine di migliaia di famiglie con bambini a carico vivono in carcere in condizioni disumane, altrettante famiglie sono state costrette a emigrare o a esiliare dopo la condanna all’ergastolo, soltanto per aver preso parte alle manifestazioni o per aver twittato sul web e altrettante decine di migliaia sono vittime ogni giorno di persecuzioni, umiliazioni, molestie semplicemente per aver esercitato il proprio diritto naturale e costituzionale di opporsi al proprio regime.

A proposito della pace e del dialogo di cui parlano, ci sono migliaia di oppositori nelle carceri egiziane, e tutto quello che hanno fatto è stato parlare ed esprimere la loro opinione in modo pacifico? E il dialogo con l’altro di cui parla Al-Sisi, come può esserci se lui stesso non lo permette? E di quale tolleranza parla, se lo stesso presidente non tollera nemmeno la semplice differenza d’opinione o una critica o un’analisi su uno dei suoi progetti illusori? Al-Sisi esige il dialogo sulle questioni umanitarie, esige il rifiuto per ogni forma di esclusione e di discriminazione? Il cittadino egiziano non dovrebbe essere il primo rispetto agli altri? Non sarebbe meglio per l’Egitto, e per la sua sicurezza interna, non escludere i giovani che hanno una visione differente e avere una riconciliazione interna per sfruttare tutte le risorse scientifiche e intellettuali, piuttosto che spargere reclusione, repressione e intimidazione?

Nonostante tutte queste conferenze suntuose e tutti i tentativi di camuffare la vera immagine, coloro che sono alla ricerca della verità si domanderanno sempre dove sono i giovani arrabbiati, frustrati che non sono mai ascoltati, che non possono essere partecipi o esprimere la propria opinione perché ne hanno una diversa e non accettano che il proprio paese sia violato nella sua terra, nella sua sicurezza, indipendenza, economia, nella sua cultura e nel suo patrimonio?

Queste conferenze finte e architettate non riusciranno mai a nascondere tutto il male e le accuse accumulate nel tempo. Un giorno molto vicino, nonostante sembri lontano, finiranno per emergere.

Ahmad Mahir è un attivista politico egiziano, nonché fondatore del Movimento del 6 Aprile è stato condannato a tre anni di carcere a causa della dimostrazione senza permesso ed è stato rilasciato nel gennaio 2017.

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