Politica Zoom

Per comprendere la politica interna palestinese

di Talal Okal (Al Ayyam 02/02/2012). Traduzione di Silvia Di Cesare.

Giorno dopo giorno si svela, a poco a poco, la scena palestinese, redatta al ritmo della riconciliazione, che pure essendo lenta ed ingombrante, rappresenta ancora una meta comune che racchiude l’azione delle principali fazioni palestinesi e rivela i veri scopi e le vere ambizioni.

Dopo la dichiarazione lanciata dal presidente dell’Ufficio Politico di Hamas, Khaled Meshaal in cui sottolineava l’importanza di un accordo tra le fazioni per la ricostruzione dell’OLP, considerandolo come un attestato di rinascita, la terza, dell’Organizzazione; arriva l’invito del presidente di Gaza, Sheik Ismail Haniyeh di Hamas alla Jihad Islamica, mosso dalla volontà di spingere ad un’unione delle due associazioni Jihad Islamica e Hamas. Questo ad indicare il livello di serietà con cui Hamas si sta avvicinando ai luoghi decisionali e di azione della politica palestinese: l’OLP e l’Autorità Nazionale.

La scelta del periodo non è insensata e casuale e l’invito non indica una tendenza meramente verbale, ma riflette il processo che Hamas sta portando avanti con l’obiettivo di ottenere la maggioranza alle prossime elezioni legislative, per il Consiglio Nazionale Palestinese e anche per le elezioni presidenziali.

Hamas è consapevole che vi è un equilibrio elettorale tra loro e tra Fatah, ma se ciò non rappresenta un male per Hamas, porterà a galla sia la debolezza che la frammentazione interna di Fatah, le cause principali della perdita di seggi dell’Associazione e della vittoria schiacciante di Hamas nelle elezioni per la precedente legislatura.

Per rimediare a questo problema, vi è l’iniziativa di Fatah di indire una riunione straordinaria della conferenza del movimento con lo scopo di unire il movimento, che ha perso, indipendentemente dalle motivazioni e dagli obiettivi, una parte del suo elettorato, dopo la decisione di licenziare un membro del Comitato Centrale; uno dei suoi membri più importanti Mohammed Dahlan, che è ancora popolare all’interno dell’ associazione così come all’esterno.

La situazione di Hamas non assomiglia in alcun modo alla situazione di Fatah. Hamas è una forza giovane e coerente, nonostante le voci che parlano di conflitti interni all’associazione. Essa vive un periodo di ottimismo dopo i successi dei Fratelli Musulmani in Egitto, Tunisia e Marocco. Successi che si prevede verranno raggiunti in altri numerosi paesi arabi che stanno vivendo ad oggi dei movimenti interni che spingono al cambiamento.

Queste variabili drammatiche e storiche rappresentano per l’associazione Hamas una forza di supporto e di sostegno a vari livelli, in quanto aprono ad Hamas la porta per il riconoscimento della sua legittimità come associazione e istituzione, sia la riconciliazione di successo o rimanga in stallo. Ciò appare in modo chiaro dal tour di visite svolte dal primo ministro di Gaza Ismail Haniyeh in numerosi paesi arabi, che si completerà nel prossimo mese con la visita di altri paesi.La Tunisia,la Turchia così come il Sudan hanno preso l’occasione per esprimere il riconoscimento della legittimità del suo governo, sulla base della legittimità delle elezioni vinte da Hamas nel Gennaio del 2006.

Sia che il problema riguardi l’Autorità o le sue istituzioni, o l’OLP, o un programma, o le istituzioni, o i meccanismi decisionali, Hamas è consapevole della necessità di riunire tutti gli elementi che compongono la sua forza, tra cui le sue alleanze nella scena palestinese, al fine di vincere la battaglia delle prossime elezioni, considerando che esse rappresentano un fase storica e importante, e determinano la tendenza di rivoluzione delle istituzioni palestinesi e dell’autorità decisionale al loro interno.

Anche se appare improbabile che l’accordo di Hamas e Jihad Islamica riguardo la loro fusione possa avvenire entro poche settimane o mesi, Hamas può comunque puntare a vincere con un minimo aiuto: l’assicurazione del sostegno della Jihad Islamica alle prossime elezioni e, l’appoggio politico e procedurale per quanto concerne i prossimi sviluppi della riconciliazione palestinese.

L’associazione della Jihad Islamica continua ad essere fedele alla sua politica e alle sue posizioni che rifiutano gli accordi di Oslo, e ciò che da esso è conseguito, compresa quindi l’Autorità costituitasi. Di conseguenza essa rifiuta di partecipare alle elezioni legislative e presidenziali, per questo hanno deciso di cedere la loro forza elettorale, sostenendo con essa coloro che porteranno avanti un programma elettorale che punti sulla resistenza e che si faccia espressione dell’entità islamica del paese, sopratutto alla luce delle possibilità aperte dalla primavera araba per quei movimenti che si sono fatti promotori di tali principi.

In questo contesto, sembra che il leader della Jihad Islamica, Khaled Altabosch, avesse un po’ precipitato le cose con la dichiarazione in cui approvava l’unione con Hamas. È stata una questione di cortesia o di desiderio, non di più. Infatti l’unità tra le due parti risulta difficile visti gli ostacoli legati alla natura degli orientamenti politici, organizzativi ed ideologici dei due movimenti, così come la distanza tra essi.

Cercando di ottenere l’appoggio ed il sostegno della Jihad Islamica, Hamas ha aggiunto un anello alla sua catena di alleanze, di cui lei rappresenta il centro e la leadership. Essa è la forza con più capacità di investire e di espandere le sue potenzialità. Questa alleanza comprende una varia gamma di fazioni e correnti islamiche e non, organizzazioni con sede a Damasco così come organizzazioni con sede nei territori palestinesi.

Non si esclude in ogni caso che l’iniziativa di Hamas mirante a riunire le fazioni che condividono lo stesso orientamento politico anti-Oslo, e contro la riconciliazione può avere successo come fallire, ma in ogni caso essa servirà per neutralizzare le altre fazioni, o per convincerle a non allearsi con Fatah.

In queste scelte Hamas ha dimostrato un grande pragmatismo e una grande flessibilità nell’affrontare gli sviluppi della realtà per raggiungere gli obiettivi che si è preposta, misurando l’incapacità delle forze e delle fazioni contrarie, e l’incapacità di rinnovare e migliorare le proprie potenzialità, i propri ruoli e le proprie azioni.

Questo ci porta a pensare al fallimento di tutti i tentativi di riunificazione della sinistra palestinese, quei tentativi che ci sembravano prematuri e che all’inizio degli anni Ottanta sembravano a due passi dalla realizzazione. La leadership delle fazioni di sinistra continua a parlare con dolore e sofferenza delle ragioni che portarono al loro fallimento.

Le forze di sinistra non sono riuscite a far convergere le loro ideologie, le loro posizioni ed i loro programmi né per una possibile unione, né per assicurare un coordinamento forte tra loro. Questo le ha reso forze incapaci di svolgere un ruolo decisivo, non solo nel prevenire la divisione palestinese, o in seguito nel favorire la riconciliazione; ma anche nel campo della lotta all’occupazione.

Ad oggi Fatah sta mantenendo delle alleanze deboli, che non aumentano in modo significativo il suo peso elettorale, e non si profilano all’orizzonte possibilità di iniziative per estendere queste alleanze, affinché essa possa riuscire a mantenere il suo ruolo e la sua posizione all’interno dei luoghi decisionali della politica palestinese. La volontà di allearsi con Fatah è assente anche dalle agende delle fazioni di sinistra, comportamento che apre le porte ad Hamas e ai suoi alleati, che stanno penetrando con forza all’interno delle istituzioni palestinesi, ed hanno nelle loro mani la capacità di plasmare il loro futuro ed il futuro della scena palestinese. Allora potremmo parlare di una terza rinascita dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina.


Silvia Di Cesare

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