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“People’s Girls”: un documentario sulle molestie in Egitto

Di Ricard González. El País (11/01/2015). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo.

Tinne Van Loon e Colette Ghunim, le realizzatrici del documentario
Tinne Van Loon e Colette Ghunim, le realizzatrici del documentario

Come per molte giovani occidentali che arrivano al Cairo, l’americana Colette Ghunim e la belga Tinne Van Loon sono rimaste scioccate da quanto siano onnipresenti le molestie per le strade della capitale egiziana. Invece di limitarsi a esprimere frustrazione, le due hanno optato per affrontare il problema come preferivano: con una telecamera. Le due documentariste hanno appena finito di girare un film che tratta questo male sociale. Si intitolerà “People’s Girls” (Le ragazze del popolo): “La molestia sessuale è costante. Difficilmente non ti tocca. Finisci per sentirti male con te stessa, come se fosse colpa tua”, commenta la Ghunim, nata a Chicago, ma di origini palestinesi.

Per il loro documentario, Van Loon e Ghunim hanno scelto due protagoniste: Esraa, attrice non professionista di 25 anni che lavora al servizio di attenzione al cliente di una multinazionale, e Islam, un ragazzo di 20 anni di un quartiere periferico che si guadagna da vivere conducendo un tok-tok, i taxi a tre ruote che girano per i bassifondi cairoti. Le loro opinioni sulla questione delle molestie non potrebbero essere più divergenti: nel suo tempo libero, Esraa partecipa a eventi per sensibilizzare la popolazione sul problema, mentre Islam, come molti egiziani, si mostra accondiscendente con i molestatori e lui stesso riconosce di aver abbordato alcune ragazze in strada.

La realizzazione del documentario è stata possibile grazie al successo di “Creepers on the Bridge” (I molestatori del Ponte), video di due minuti diffuso lo scorso agosto per promuovere il loro progetto di crowdfunding. Ispirata da un popolare video che mostra una ragazza molestata nelle strade di New York, Ghunim ha registrato con il suo telefono le reazioni degli uomini che incrociava mentre camminava sul ponte Qasr al-Nil, nel centro del Cairo. Nel video, la maggior parte degli uomini le rivolgono sguardi lascivi o commenti osceni.

“La cosa più frequente sono gli sguardi e i commenti osceni degli sconosciuti, ma capita anche che ti tocchino in zone intime. Una non può mai abbassare la guardia. A volte ho apura a camminare per strada e raccolgo una pietra per sentirmi più sicura”, commenta Esraa, la cui peggiore esperienza fu quando cercò di scappare da un tassista che l’aveva condotta in un campo fuori città con la probabile intenzione di violentarla.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, le situazioni di maggior rischio sono nei posti più affollati, come manifestazioni, eventi pubblici o mezzi di trasporto, e in piena luce del giorno. Lo scorso giugno, una ragazza è stata aggredita da più di una dozzina di uomini nel centro della emblematica piazza Tahrir. La novità del caso fu che successe nel mezzo delle celebrazioni per la vittoria di El Sisi alle elezioni presidenziali. Nel giro di pochi giorni, il presidente firmò un decreto che per la prima volta definiva le molestie sessuali come reato.

Tuttavia, cinque mesi dopo l’applicazione della nuova legge, i risultati sono alquanto esigui. “Una volta ho presentato denuncia e la polizia mi ha trattato come fossi una prostituta. Non credo che lo farò ancora”, si lamenta Esraa. “Ci sono meno molestie nelle trade, ma non basta una legge. Si devono attaccare le radici profonde del problema, generare un cambiamento culturale”, commenta la Van Loon, che ha vissuto in diversi Paesi mediorientali: “In un solo giorno qui [al Cairo] posso vivere lo stesso numero di molestie di chi vive a Ramallah o Amman in tre mesi”.

Tra i fattori che di solito vengono considerati per spiegare il fenomeno, c’è la frustrazione sessuale generata da una società sempre più conservatrice, mista all’ampia diffusione di video erotici sulla TV satellitare e internet. Allo stesso tempo, una delle giustificazioni più usate da chi difende questi comportamenti consiste nell’attribuire la responsabilità alle vittime, soprattutto per il loro modo di vestire. Ad ogni modo, i dati confutano questo luogo comune: secondo uno studio dell’ONU, il 75% delle donne molestate vestivano in maniera pudica.

Tuttavia, secondo Rasha Hasan, una ricercatrice specializzata in molestie che ha realizzato vari rapporti in merito per diverse istituzioni, ha dichiarato che “il vero motivo è la mancanza di rispetto nei confronti delle donne e dei loro diritti”.

Ricard González è un giornalista e politologo che si interessa della regione MENA.

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Roberta Papaleo

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