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Passaggi: “Il Mediterraneo e la parola” di Mohammed Bennis

In questi giorni in cui l’immigrazione nel Mediterraneo è un argomento sulla bocca di tutti, le parole di Mohammed Bennis  tratte da “Il Mediterraneo e la parola” sembrano più che mai attuali e cercano di ricordarci la lunga tradizione di scambi e di flussi che esisteva nelle acque del Mare Nostrum.

La storia del Mediterraneo è, prima di tutto, una storia di scambio tra le due sponde. Niente è stato inventato. Popoli, costumi, prodotti agricoli, articoli d’artigianato, conoscenze, tecniche, canti, lingue, musica, architettura e immaginario partecipano di questo scambio. È una storia tessuta non unicamente tra le due sponde, quanto piuttosto tra le numerose sponde della stessa area geografica. Questa pluralità deriva dalla pluralità di culture nate ai confini dei paesi mediterranei. L’Egitto, la Palestina, la Grecia, l’Italia, la Libia, il Libano, la Tunisia, la Siria, l’Andalusia, il Marocco, l’Algeria, la Turchia, la Francia, la Spagna e il Portogallo sono infatti altre rive, e recano testimonianza del mutamento perpetuo e molteplice atto nelle culture. In relazione a questi cambiamenti lo scambio acquista la dimensione di un impulso, uno slancio, che dà al corpo collettivo la forza di inventare nuove idee e nuovi destini.

Questa coesione culturale della comunità mediterranea ha, nella sua grande storicità, un valore ben più significativo del sangue versato in guerre che hanno visto cadere e risorgere i popoli. Nel privilegiare i rapporti di scambio ho ritenuto essenziali i valori della concordia, della fraternità, della generosità e della bellezza. La storia della cultura mediterranea non solo prevede lo scambio, ma gli assegna una funzione di “creazione”. E in questo scambio creativo colgo ciò che perpetua l’essenza del Mediterraneo in quanto dimora comune, a prescindere dall’immaginario generalizzato. Storia latente. Sepolta sotto i fasti di un discorso che enfatizza l’elemento di separazione a discapito del sentimento di condivisione. È questa storia della cultura che oggi ci chiama a valorizzare ciò che dovrebbe restare la nostra dimora comune, in un tempo in cui l’ atteggiamento di chiusura è dominante e rischia di restare la sola scelta, come lasciano presagire i fanatici di ogni fazione.


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