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Passaggi: “Un Giornale Militare” di Hassan Blasim

In Iraq, sotto il regime di Saddam Hussein la censura è stata una pratica talmente diffusa, che molti scrittori hanno smesso di scrivere o, quando lo facevano, creavano un testo “già censurato”, in modo tale da non incorrere in problemi con i servizi d’ordine. Hassan Blasim nel suo racconto “Un giornale militare” dà voce a un giornalista incaricato di inserire nella pagina culturale gli scritti che mandavano i soldati al fronte. In questo passaggio è intento a spiegare il suo compito a un giudice, che deve indagare su dei fatti che l’hanno coinvolto. Non manca, però, un’affascinante riflessione sul ruolo della scrittura al fronte.

“Ero un uomo zelante e ambizioso e sognavo di giungere alla carica di ministro della Cultura, nulla di più. Per questo in quei giorni mi dedicavo onorabilmente al mio lavoro e il sudore mi colava dalla fronte mentre ideavo, correggevo e perfezionavo la mia pagina culturale come un paziente artigiano. No, Vostro Onore, non censuravo i testi, come forse lei immagina: i soldati scrittori erano molto più rigorosi e disciplinati di qualunque censore io abbia mai conosciuto in vita mia, e ponderavano minuziosamente ogni parola, passandone tutte le lettere sotto una lente di ingrandimento. Del resto non erano così stupidi da inviare parole piagnucolose o frasi cariche di gemiti e grida. Alcuni scrivevano perché la scrittura li aiutava a credere che non sarebbero stati uccisi e che la guerra fosse soltanto un’avvincente storia scritta su un giornale. Altri, invece, cercavano nella scrittura un qualche vantaggio economico o intellettuale, e altri ancora scrivevano perché costretti.”

Buona Lettura!

Roberta Papaleo

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