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Papa Francesco in Palestina: un riconoscimento tacito

Di Jamal Khader. El País (24/05/2014). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo.

La visita di papa Francesco in Terra Santa è stata pensata come un pellegrinaggio per segnare i 50 anni dalla storica riunificazione tra il papa Paolo VI ed il patriarca di Costantinopoli in Gerusalemme. La diplomazia vaticana ha pensato bene ai gesti da farsi in funzione della salda posizione del Vaticano sulla pace, la giustizia e la tolleranza. Tutto ciò, insieme al tocco personale e così particolare del papa, ha generato un programma molto breve, ma anche molto simbolico.

Dalla Giordania, il papa si sposterà in elicottero fino a Betlemme senza passare alcun controllo israeliano. Questo va considerato come un riconoscimento tacito dello Stato della Palestina da parte della Santa Sede. Dal cielo, il papa potrà ammirare le 22 colonie israeliane e il grande muro che asfissiamo Betlemme e la separano da Gerusalemme. La posizione del Vaticano al riguardo è molto chiara, dopo l’invito di papa Giovanni Paolo II alla costruzione di ponti, piuttosto che muri, in Terra Santa e dopo la dichiarazione di papa Benedetto XVI sul fatto che il muro deve cadere.

Durante la sua visita in Palestina, il papa avrà la possibilità di vedere la comunità cristiana più antica del mondo. In base al programma, si riunirà con diversi gruppi di persone, sia a livello formale, come con i capi di Stato e i capi delle Chiese, ma anche con coloro che lo stesso pontefice ha chiesto di visitare, come i gruppi di rifugiati, principalmente in Siria e Giordania. Dopo la celebrazione della messa di fronte a migliaia di cristiani della Palestina e di Israele, terrà un pranzo con cinque famiglie cristiane che, senza alcun intermediario, gli esporranno i problemi quotidiani dei palestinesi cristiani, tra cui la costruzione delle colonie, la separazione delle famiglie, la discriminazione contro i palestinese cittadini d’Israele, le incarcerazioni e la costruzione del muro.

Il Vaticano ha fatto di tutto affinché questa visita sia il più vicino possibile alla gente. Bisogna fa capire che la Chiesa esiste per servire, piuttosto che per ricevere. Bisogna stimolare il dialogo interreligioso sia con i musulmani che con gli ebrei. E ancora, bisogna far capire che di fronte all’ingiustizia non esistono mezzi termini. Nel caso della Palestina, i cristiani – né una “minoranza” protetta da Israele, né un gruppo tra musulmani ed ebrei – sono parte integrante del popolo palestinese che ha sofferto gli stessi alti e bassi, la cui soluzione è una delle priorità nell’agenda del Vaticano.

Purtroppo, tutta l’allegria per le vie di Betlemme non potrà ripetersi a Gerusalemme Est, occupata dagli israeliani dal 1967. Israele ha annunciato che chiuderà le strade e che il quartiere cristiano della città vecchia sarà praticamente sottoposto a coprifuoco. Ci opponiamo energicamente a tale politica. I cristiani di Gerusalemme non vedranno il papa a causa dell’occupazione israeliana.

Un paio di settimane fa, il primo ministro Netanyahu ha dichiarato che questa terra è solo del popolo israeliano. Quest’idea di esclusivismo minaccia l’identità di questa terra sacra per tre religioni e sulla quale vivono due nazioni. La conseguenza di questo “esclusivismo” sono gli attacchi contro i luoghi di culto cristiani e musulmani, operati nella totale impunità.

In tale contesto, papa Francesco deve ricordare che solo il dialogo, la tolleranza e la giustizia possono portare a una soluzione.

Jamal Khader è sacerdote e rettore del Seminario del Patriarcato Latino di Gerusalemme e portavoce per la visita di papa Francesco in Palestina

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Roberta Papaleo

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