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Pakistan, elezioni nel sangue

pakistan-elections “Chi domani si recherà a votare lo farà a rischio della propria vita”, così i Talebani del Tehrek-e-Taleban Pakistan (TTP) avevano tentato di terrorizzare gli elettori pakistani chiamati al voto l’11 maggio per rinnovare i 342 membri dell’Assemblea nazionale e quattro assemblee provinciali. Malgrado le minacce e il sangue versato negli attentati, 40 morti negli ultimi giorni e ben 100 candidati uccisi nel mese di aprile,  i pakistani non si sono lasciati intimidire e l’affluenza alle urne ha registrato un record storico che non si raggiungeva dal 1977, ovvero il 60%. E storiche sono anche queste elezioni che vedono un paese come il Pakistan, segnato da dittature e ben 3 colpi di stato,  portare a termine per la prima volta il mandato di un governo eletto, quello della famiglia Bhutto -Zardari,  e consegnarlo ad un altro.

Dai dati dei media locali, seppur non ancora ufficiali, sembrerebbe ormai vincitore Nawaz Sharif, ex Primo ministro e leader della Lega musulmana pakistana-Nawaz (Pml-N), a cui seguirebbe il Movimento pakistano per la gustizia (Pti) guidato dall’ex campione di cricket Imran Khan che ha denunciato brogli elettorali.  Mentre il Partito Popolare pakistano  (PPP), dopo cinque anni al governo è stato battuto, conquistando soltanto 19 seggi nella zona rurale del Sind.  Dai dati attuali  il partito di Nawaz Sharif  non riuscirà a ottenere la soglia dei 172 seggi necessari per la maggioranza di governo e dovrà quindi formare una coalizione, anche se il leader non la considera la soluzione ideale,  anzi, ha invitato i suoi supporter a pregare affinché possa governare da solo.

Al di là dei vincitori, queste elezioni verranno forse ricordate come le più sanguinose nella storia elettorale del Pakistan. Attentati, omicidi di candidati, rapimenti, quello del figlio dell’ex premier Raza Yousuf Gilani, rapito mentre era impegnato in un comizio, hanno contrassegnato quelle che i talebani del TTP, guidati da Hakimullah Mehsud, considerano elezioni “non islamiche” perché rappresentate da partiti laici. Tre partiti in particolare sono stati presi di mira, il PPP, l’ANP, partito nazionalista pashtun, e il  Muttahida Quami Movement (MQM), di base a Karachi. I Talebani infatti, mirano alla realizzazione di uno Stato islamico indipendente  da realizzare attraverso l’islamizzazione del Pakistan e anche dell’Afghanistan dopo il ritiro della NATO nel 2014.

Secondo uno studio del CRSS (Center for Research & Security Studies) da gennaio ad aprile sono morte circa 600 persone al mese per incidenti legati a cause politiche. Un vero bagno di sangue che si è perpetrato anche il giorno stesso del voto, con kamikaze che si sono fatti esplodere davanti ai seggi.

Cosa sarebbe accaduto durante le elezioni e cosa potrebbe accadere dopo, lo spiega  in un articolo sul Financial Times, uno dei massimi esperti di Pakistan, il giornalista e scrittore Ahmed Rashid, autore di “Pakistan on the brink”, che ha analizzato i vari aspetti del preoccupante scenario che si sta verificando nel paese. Rashid esprime preoccupazione per l’enorme bagno di sangue che ha caratterizzato il voto ma sottolinea anche la fiducia che la gente ha nel  poter avere ancora un governo più responsabile e competente rispetto al precedente guidato dal Partito Popolare del Pakistan.

Il rafforzamento della sicurezza e un approccio comune nel combattere il terrorismo, sono per il giornalista pachistano i punti cruciali su cui i politici dovrebbero esseri coesi, altrimenti il futuro potrebbe essere ancora una volta desolante. Sottolinea inoltre, come nella provincia del Punjab, governata dal partito di Sharif, i talebani e altri gruppi estremisti non abbiano messo in atto quasi nessuna violenza, mentre nelle province di Khyber Pakhtunkhwa, Balochistan e Sind, caratterizzate da una profonda diffidenza nei confronti del Punjab e dei suoi politici, la violenza sia stata invece dilagante. Secondo Rashid, se i politici non si uniranno, ora, contro il terrorismo, i talebani continueranno a guadagnare terreno anche dopo le elezioni e probabilmente prenderanno di mira anche  i partiti di Sharif e di Khan, e poiché i militanti vogliono evitare che il governo si riunisca, si sono impegnati a uccidere anche dopo le elezioni.

Uno scenario inquietante dunque, ma Rashid analizza anche  un altro aspetto da risolvere, quello economico,  non meno importante e prioritario. Secondo il giornalista, prima che si formi il nuovo governo, e quindi non prima di giugno o luglio, il Pakistan è ad altissimo rischio default perché ha riserve soltanto per 6 miliardi di dollari, ha poche entrate e le uscite invece sono pesanti perché sta restituendo un prestito del Fondo Monetario internazionale e sembra che la questione sia assolutamente ignorata da tutti i partiti, nessuno dei quali, secondo Rashid, ha in agenda un piano economico per affrontare la crisi.

I partiti starebbero alimentando anche il separatismo etnico, laico e religioso per assicurarsi alleati politici nelle tre province meno popolose, assecondando quei candidati che esprimono forme estreme di nazionalismo e separatismo. Un altro nodo da sciogliere e ignorato dai partiti, sarà capire quale piega prenderà la politica estera del paese dopo le elezioni e quali saranno le relazioni con l’esercito che fino ad ora ha gestito,  nelle aree critiche, le relazioni con l’India, l’Afghanistan e gli Stati Uniti, in un momento di profonde tensioni e cambiamenti in vista del ritiro degli Usa dal territorio afghano. Rashid si chiede se i politici, che non hanno ancora indicato come si relazioneranno con l’esercito, avranno un ruolo nelle decisioni riguardanti la politica estera. “Nelle prossime settimane, i pericoli sono immensi, – dice Rashid_ ma lo sono anche le opportunità. La crisi potrà essere superata solo se tutti i partiti politici – vincitori e vinti – e l’esercito capiranno la necessità di guidare insieme la nave dello stato e di cambiarne la direzione. Se ciò non accadrà, il prossimo governo, proprio come l’ultimo, sarà destinato al fallimento”.

Ma tra attentati, corruzione, separatismi e violenze di ogni genere, forse, il vero vincitore è soltanto uno: il popolo pakistano, fatto di uomini e donne, che, dove hanno potuto, hanno sfidato il terrore per esprimere un voto, nella speranza di riappropriarsi del futuro e della pace: “Sì, ci sono paure. Ma che cosa dobbiamo fare? O restiamo a casa e lasciamo che il terrorismo vada avanti, o usciamo dalle nostre case, diamo il nostro voto, e creiamo  un governo in grado di risolvere il problema del terrorismo “.

Parole di Ali Khan, no, non è un politico ma un elettore a Peshawar..

 Katia Cerratti


Katia Cerratti

Giornalista professionista, laureata in Lingue orientali con una tesi in Islamistica sull’integralismo islamico in Egitto, comincia ad amare la lingua araba all’età di undici anni, quando un compagno di scuola, marocchino, le scrive il nome in arabo sul diario: Muhammad محمد. Coltiva negli anni una grande passione per il multiculturalismo, la difesa dei diritti umani e delle minoranze, segue la politica estera in particolare di Asia e Medio Oriente e la vita culturale di queste regioni. Inizia a scrivere sul "Calendario del popolo” di Nicola Teti, ha collaborato con il settimanale Left e con le testate online arabismo.it e newscinema.eu, e attualmente scrive per arabpress.eu. Da molti anni lavora nella redazione Media Management di Rainews24.

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