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Ora in Tunisia abbiamo l’occasione per dire la verità e perdonare

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Le testimonianze presso la Commissione Dignità e Giustizia tunisina portano indietro di 30 anni Amel Agrebi: suo marito in carcere sotto tortura e lei che mantiene la famiglia

Di Amel Agrebi. Middle East Eye (29/11/2016). Traduzione e sintesi di Emanuele Uboldi.

In questo mese, abbiamo assistito a un evento epocale in Tunisia: le testimonianze pubbliche di alcune delle 62mila vittime di tortura, stupro e brutalità dall’indipendenza del 1956 fino alla cacciata di Ben Ali nel 2011. Inizialmente, sono stata solamente una spettatrice, ma all’improvviso ho sentito il peso che ho portato per 23 anni prima del 2011: ho ricordato che quelle esperienze erano anche le mie.

La diretta televisiva del 17 novembre è stata intensa perché nello stesso giorno del 1987 mio marito fu arrestato e imprigionato per 18 mesi per aver aderito al movimento di protesta dopo il colpo di stato di Ben Ali. Per 17 giorni fu torturato, ora ha recuperato fisicamente, ma è il trauma psicologico che lo perseguita da 30 anni.

Ad altri è andata peggio: la madre e il fratello di Faycel Buraket hanno raccontato le torture che lo portarono alla morte per dissanguamento nel 1991, un omicidio insabbiato. Era normale che la polizia producesse false autopsie, oltre a instaurare un ciclo di rapimenti e uccisioni per coprire le torture, una piaga che ha colpito la Tunisia troppo a lungo. Il fratello Nabil ha raccontato quando ha visto il corpo di Faycel per la prima volta: tutto ricoperto di sangue, con ferite aperte ai genitali e al retto.

Lo stato voleva tenerci all’oscuro della realtà di violenze e abusi, ma per quanto cercasse di limitare le nostre comunicazioni, io trovavo un modo di sfuggire alla censura e tenevo mio marito informato circa le tattiche di oppressione e la propaganda statale.

Ma non facevo solo da messaggero, toccava a me mantenere la famiglia, per quanto dare una parvenza di normalità ai miei figli fosse difficile. Lo Stato mi poneva mille ostacoli: portavo lo hijab negli anni ’80, quando era illegale indossarlo in luogo pubblico, e ricevevo molti insulti per il mio voler esprimere liberamente la mia fede – cosa che ho notato essere comune ad altre testimonianze.

Il racconto di Fatima, madre di Anis, mi ha ricordato mia madre, soprattutto quando mio fratello fu imprigionato nel 1991: lei non sapeva né leggere, né scrivere e in 50 anni non aveva mai viaggiato, quando iniziarono a trasferire mio fratello da una prigione all’altra della Tunisia senza informarla. Ma lei non si dette per vinta, nonostante le guardie la maltrattassero e le togliessero il velo.

Mio fratello rimase 5 anni in prigione, a causa delle attività politiche di mio marito. Il suo unico crimine era essere mio fratello.

Mi domando come abbia fatto mia madre, e questo mi ha fatto pensare all’ultimo periodo prima di scappare nel Regno Unito: per un anno – che sembrò un’eternità, la polizia ha fatto irruzione ogni mattina, quando mio marito fosse già in esilio lì.

Nel 1990 la situazione diventò insostenibile e decisi di scappare un venerdì, giorno in cui solitamente andavo, con i mei 3 figli, a visitare mia madre. Dissi a mia madre che saremmo andati a fare una passeggiata in riva al mare per tirar su il morale ai bambini. Mentirle fu la cosa più difficile, e quando ci abbracciammo vidi il sospetto nei suoi occhi: non ci siamo viste per 23 anni.

Come ascoltavo le testimonianze, mi è parso che le loro lacrime lavassero anche le mie ferite, dato che condividiamo dolore e speranze. La storia di Bessma Belaai mi ha fatto scordare tutte le sofferenze che ho passato: lei è stata arrestata, molestata e torturata a 17 anni.

Il 1991 fu uno degli anni peggiori, ero incinta del quarto e continuavamo ad avere notizie di rapimenti, morti e torture. Nonostante tutte le brutte notizie, non perdemmo le speranze e quando nacque la bambina, la chiamammo Bushra, che significa “buona notizia”.

E quindi ancora speriamo nel nostro futuro: dove c’è dolore e agonia, c’è anche speranza.

Nonostante io abbia vissuto un rigetto per molto tempo, amo il mio paese con ogni parte del mio corpo e spero che i tunisini riconoscano i martiri che si sono sacrificati per una Tunisia migliore. Noi perdoneremo quello che abbiamo passato, ma non dimenticheremo mai.

Siamo una giovane democrazia e, adesso che abbiamo sentito la verità, è ora di dare applicazione pratica alla giustizia di transizione.

Spero che i miei figli e nipoti possano sempre sentire il profumo della libertà a noi a lungo negato.

Amel Agrebi è un’attivista, ex insegnante tunisina.

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