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Omar al-Bashir: beffato ancora il mandato internazionale

Di Marwane Ben Yahmed. Jeune Afrique (22/06/2015). Traduzione e sintesi Carlotta Caldonazzo.

“Omar al-Bashir viaggia per il mondo, ma il suo arresto e il suo deferimento alla Corte Penale Internazionale (CPI) sono solo questione di tempo”, rassicurava a febbraio Fatou Bassouda, Procuratore capo della stessa istituzione. Un’attesa che si profila sempre più lunga, da quando alla lista dei Paesi che non hanno risposto agli appelli della CPI si è aggiunto il Sudafrica, dove il presidente sudanese dal 13 al 15 giugno ha partecipato ufficialmente al vertice dell’Unione Africana (UA). Johannesburg infatti non ha eseguito i due mandati che dal 2009-2010 pendono su al-Bashir, uno per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, l’altro per il genocidio nel Darfour. Stesso atteggiamento assunto in precedenza da Ciad, Djibouti, Kenya, Nigeria ed Egitto, ma questa volta le aspettative internazionali erano diverse. In un primo momento, l’Alta Corte di Pretoria sembrava determinata a bloccare in territorio sudafricano al-Bashir, che tuttavia è tornato tempestivamente a Khartoum. A nulla sono servite le accuse al presidente sudafricano Jacob Zouma di violare il diritto internazionale.

Dal canto suo, Zuma era in una posizione delicata: l’UA infatti, accusando la CPI di nutrire pregiudizi nei confronti dei capi di stato africani, ha garantito sin dal principio l’impunità di Bashir. Inoltre, se Johannesburg avesse arrestato ed estradato quest’ultimo, dopo averlo ufficialmente invitato a partecipare al vertice dell’UA, avrebbe potuto essere accusata di ambiguità geopolitica. Tanto più che la magistratura sudafricana aveva avviato le procedure per consegnarlo alla CPI, mentre le autorità locali lo hanno aiutato a riparare in Sudan. Occorre poi considerare che una parte consistente dell’opinione pubblica africana accusa non a torto la CPI di essere un sistema giudiziario guidato e condotto da “bianchi”, nel loro interesse. Un’istituzione, dunque, che si accontenta di processare i piccoli satrapi e dittatori africani, ma della quale non fanno parte tre dei cinque membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (Stati Uniti, Cina, Russia). Dietro la maschera della giustizia universale, dunque, si cela la realpolitik delle potenze mondiali.

Il nesso tra mandati, sentenze e condanne della CPI e gli assestamenti geopolitici non è così difficile da scorgere. Anzi, non tenendone conto, non si potrebbe non provare meraviglia di fronte al fatto che non siano stati mai citati personaggi del calibro dei monarchi della dinastia saudita, dello Stato di Israele, della Birmania o della Cecenia. Per non parlare dei signori delle guerre mediorientali (in Siria, Iraq o Afghanistan). Non per questo tuttavia è necessario ritenere che la CPI debba chiudere i battenti, una posizione che risulterebbe dannosa in primo luogo per il continente africano, che spesso solo per propaganda o convenienza ripropone lo slogan delle “soluzioni africane ai problemi africani”. Un mantra che finisce per implicare una garanzia di impunità per i tiranni locali, contro i quali le organizzazioni per i diritti umani hanno ben poco peso. La CPI, insomma, è “meglio di niente”, come l’ONU, anche se la sua credibilità viene messa in discussione e, di conseguenza, la sua capacità di azione è ridotta.

Marwane Ben Yahmed è direttore responsabile di Jeune Afrique.

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Carlotta Caldonazzo

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