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Obama e il Medio Oriente: cosa succederà dopo le elezioni presidenziali?

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Di Awad Hamad Saleh Qallab. Asharq al-Awsat (25/02/2016). Traduzione e sintesi di Rachida Razzouk.

Oggi come oggi, fra gli arabi, sia a livello istituzionale, sia a livello di opinione pubblica, vi è la diffusa convinzione che gli Stati Uniti d’America, così come alcuni paesi europei, siano sul punto di non ritenere più il Medio Oriente una regione ricca di interessi vitali e strategici e che l’attenzione primaria debba spostarsi gradualmente verso l’Estremo Oriente, dove vi è una consistente ripresa economica e una considerevole crescita demografica.

La Cina, infatti, riesce ad emergere repentinamente, espandendosi a macchia d‘olio nei mercati mondiali, sorpassando tutti, mentre gli USA continuano a restare impantanati nelle problematiche legate ai paesi del Medio Oriente, troppo a lungo coinvolti in conflitti settari, religiosi ed etnici, oltre che tribali che sembrano non avere fine.

Per chi, negli ultimi sette anni, ha seguito le politiche di Washington verso le questioni del Medio Oriente, in particolar modo, nei confronti della causa palestinese, avrà certamente notato il graduale affievolimento dell’interesse degli Stati Uniti nella regione, orientandosi, invece, verso l’Estremo Oriente, la parte sud-occidentale dell’Africa, così come l’America Latina.

Il veloce ritiro militare dall’Iraq, intrapreso da Obama, senza la strutturazione di un piano di sicurezza politico e militare e la consegna del paese nelle mani dell’Iran, anziché destinarlo al legittimo popolo arabo, dimostra, palesemente, il calo di interesse nel Medio Oriente e il decentramento dell’asse strategico delle varie amministrazioni americane, soprattutto in seguito alla conclusione dell’accordo con gli iraniani sul nucleare, che, inevitabilmente, rappresenta un pericolo, in particolar modo, per gli arabi. L’egemonica estensione della dottrina politica sciita della wilayat al-Faqih in Iraq e Siria e la permissività americana con cui si concede campo aperto alla Russia “zarista” filo-iraniana, rappresenta la peggiore occupazione, a buon mercato, del XXI secolo. 

Da tener presente anche che gli Stati Uniti, verso la fine del mandato di questo presidente, hanno abbandonato uno dei membri fondatori della NATO, come la Turchia, che è il più importante alleato nel Medio Oriente, a favore, invece, di inaspettati accordi con nemici storici, considerati fino a poco tempo fa “Stati canaglia”.

Inoltre, nel momento in cui, gli USA, tramite il suo presidente e il suo ministro degli Esteri, chiedono proprio alla Russia di “far pressione” su Bashar al-Assad per fermare gli “atti ostili” in Siria, conformemente alla decisione di Monaco e alla risoluzione 2254 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, si capisce come gli USA preferiscano adottare una posizione neutrale tra la Russia e la Turchia, delegando l’incarico di mediatore al nemico storico delle guerra fredda.

È mai possibile che gli Stati Uniti possano ritrovarsi in una tale situazione così vergognosa, restando pressoché passiva di fronte all’intervento della Russia, alleata dell’Iran, in un territorio, così strategico, come quello siriano, diviso fra le numerose frammentazioni settarie e faziose e, per giunta, decidere di affievolire la loro presenza in questa regione?

Si sa che la natura odia il vuoto e che questo vuoto, in Siria, con tutta probabilità, sarà colmato da Vladimir Putin, che sogna sempre il ritorno dell’egemonia russa dell’epoca zarista, così come la gloria dell’Unione Sovietica, nemico per eccellenza dell’occidente.

La domanda che ci si deve porre è la seguente: se vincessero i democratici alle prossime elezioni, seguirebbero ancora le orme dell’attuale amministrazione e se, invece, vincessero i repubblicani, a loro volta, seguirebbero le orme dei loro antenati in Medio Oriente con le ben note storiche crisi geopolitiche dell’area?

Awad Hamad Saleh Qallab, ex ministro giordano per la Comunicazione e la Cultura, è editorialista del quotidiano giordano Al-Arraay e autore di una rubrica settimanale sul quotidiano Asharq al-Awsat.

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Roberta Papaleo

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