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La nuova guerra del Medio Oriente

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Di Susan al-Shaer. Asharq al-Awsat (20/08/2014). Traduzione e sintesi di Caterina Ielo.

Siamo di fronte a una guerra non convenzionale, per le sue condizioni, le sue basi, la sua natura, condotta dai Paesi arabi del Medio Oriente. Questa guerra non è contro Israele, il nemico storico, per mezzo delle forze aeree o degli anti-missili, ma è con “gruppi” arabi musulmani alleati con governi esteri e supportati dagli apparati internazionali dei diritti umani e dei media.

Si tratta di gruppi transfrontalieri che si basano su delle leggi fondate da loro stessi alleandosi con i governi stranieri per rovesciare i regimi. I circoli di intelligence hanno confermato questa situazione dopo che questi gruppi sono riusciti a diventare rappresentanti e portavoce del popolo acquisendo sempre più potere.

La pericolosità di questi gruppi non sta nel loro progetto ma nelle loro ramificazioni internazionali profonde e organizzate:  i loro leader si trovano ovunque e si muovono in tutto il mondo, in luoghi multietnici in cui non è difficile trovare sunniti alleati con sciiti, arabi con americani e iraniani, tutti frammentati in piccoli gruppi, ognuno di essi capace di colpire i Paesi arabi anche a distanza.

All’inizio del maggio scorso, un gruppo autodefinitosi “Bahrein Press Association” ha lanciato da Londra una campagna contro il Paese pubblicando un rapporto intitolato “Bahrein: il silenzio è un crimine di guerra” e diffuso dalla stampa britannica e dai social network. Nello stesso mese un piccolo gruppo chiamato “Forum del Bahrein per i diritti umani” ha tenuto una conferenza stampa a Beirut nella quale ha annunciato il lancio di una campagna internazionale chiamata “Bahrein capitale della tortura”. Ancora, nel periodo dal 6 al 13 maggio, “L’Osservatorio del Bahrein per i diritti umani” ha organizzato una delegazione in visita a Washington per un incontro con i funzionari del Dipartimento di Stato, con alcuni assistenti dei membri repubblicani e democratici e alcune organizzazioni scientifiche. L’Osservatorio ha poi mandato nello stesso mese una delegazione a Parigi sotto la guida di un religioso sciita, per incontrare il rappresentante del ministero degli Esteri per le questioni del Medio Oriente e alcuni membri del partito socialista, di quello comunista e di quello dei verdi.

Per quanto concerne il finanziamento, la promozione e il supporto dato a questo tipo di campagne – e qui sorge la problematica – vi sono alcuni apparati ufficiali britannici e americani e organizzazioni internazionali come “Reporter senza frontiere” che, in posizione apparentemente defilata, manovrano e gestiscono tutto a distanza. Per fare un esempio, le organizzazioni americane National Endowment for Democracy e National Democratic Institute hanno sborsato migliaia di dollari per alimentare il lavoro di questi gruppi.

Tutto ciò fa capire la natura e la pericolosità del reticolo internazionale in cui sono infiltrati  questi gruppi e la natura della guerra che stanno affrontando i Paesi arabi, dove gli USA sono determinati al “cambiamento”, ma basandosi sulla loro visione della regione araba.

Affrontare la guerra con i mezzi tradizionali non porterà a nulla, perché questa lotta non è solo su territorio arabo: la lotta principale è all’interno di quei Paesi che manovrano tutto da lontano e nei luoghi in cui prendono le loro decisioni.

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Roberta Papaleo

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