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Novità editoriali: Rapporto sulle economie del Mediterraneo 2015

Il Rapporto sulle economie del Mediterraneo giunge quest’anno alla undicesima edizione. Pubblicazione originale nel panorama italiano per il taglio sia economico, sia politico dei saggi di cui si compone, oltre ad aggiornare lo stato dei diversi ambiti d’interesse presi in esame, il Rapporto da sempre propone linee interpretative, presenta fatti, offre dati aggiornati, confermandosi strumento indispensabile per chi deve cogliere le tendenze in atto. Anche questa edizione offre ai lettori uno sguardo ampio su quanto accade nell’area euro-mediterranea, per coglierne mutamenti, crisi, prospettive e aspettative di sviluppo: flussi migratori, relazioni economiche, trasformazioni politiche, rivolte e speranze che hanno caratterizzato gli ultimi dieci anni del processo di integrazione tra le due rive del Mediterraneo. Per comprendere meglio il cammino e le trasformazioni che hanno segnato questo decennio, il Rapporto 2015 propone all’interno dei diversi capitoli una sintesi degli aspetti più interessanti e originali trattati nelle edizioni precedenti.

A seguire la Sintesi Rapporto sulle Economie del Mediterraneo, edizione 2015 a cura di Eugenia Ferragina, Bologna, Il Mulino, 2015.

Il Rapporto si apre con un’ipotesi di lettura critica del clima politico internazionale che ha caratterizzato il decennio, con un focus sulle ragioni politiche che hanno portato al caos libico e all’attuale esodo di rifugiati. “Nell’arco degli ultimi 20 anni – come si legge nel capito del Rapporto dedicato ai porti del Bacino del Mediterraneo curato da Alessandro Panaro e Luca Forte del Centro studi e ricerche per il mezzogiorno (Srm) – il Mediterraneo ha riacquistato una nuova centralità nell’interscambio mondiale di merci che si accompagna ad una crescita della quota di traffico merci che transita nei porti della riva Sud del bacino. Pur continuando ad assorbire un’alta quota dei traffici marittimi mondiali, i paesi della riva Nord del bacino hanno visto ridursi la propria quota di mercato, a fronte della crescente capacità degli hub del Nord Africa e del Medio Oriente. Il maggiore peso acquisito dai porti della riva sud, sud-est del bacino nell’ultimo ventennio è stato accompagnato e sostenuto da performance economiche che, anche in considerazione dell’instabilità odierna dell’area, rimangono positive.

I tassi di crescita che hanno contraddistinto la regione negli ultimi venti anni non hanno però contribuito a ridurre in maniera sostanziale il divario tra la concentrazione di ricchezza presente nell’area europea del Mediterraneo e quella presente nel Nord Africa, nel Medio Oriente e nei territori balcanici, fenomeno che ancora oggi si contrappone al modello di sviluppo integrativo per il Mediterraneo previsto dal processo di Barcellona. Come mostrato dal capitolo del Rapporto curato da Alessandro Romagnoli dell’Università di Bologna “in base ai dati aggiornati al 2013 risultava che il Pil pro-capite delle economie dell’area in percentuale di quello italiano si collocava per i paesi mediterranei aderenti all’euro e Israele fra il 122% della Francia e il 62% del Portogallo e della Grecia, l’intervallo all’interno del quale si situavano le economie balcanico anatoliche variava fra il 38% della Croazia e il 10% della Bosnia-Erzegovina e su percentuali anche inferiori  si attestavano i paesi arabi della riva Sud (Tunisia 13%, Algeria 11%, Giordania 10%, Marocco 9%), con l’eccezione dell’Egitto il cui Pil pro capite era il 5% di quello dell’Italia”.

Le ragioni di questa ineguale distribuzione della ricchezza nel bacino sono invece indagate dal contributo di Marco Zupi, ricercatore del Centro studi politica internazionale (Cespi) di Roma. Per l’autore negli ultimi 20 anni, la scelta di non accompagnare le riforme liberali in campo economico che hanno caratterizzato il Nord Africa e il Medio Oriente prima della crisi del 2008 e delle Primavere arabe, “con altre di carattere strutturale volte a creare un solido sistema di welfare, ha determinato la disomogenea distribuzione della ricchezza e la disuguaglianza sociale che osserviamo attualmente, anche all’interno dei singoli stati, dove è aumentato il reddito detenuto dal 10% più ricco della popolazione. Aumento della corruzione, crescita della disoccupazione in un contesto di progressiva riduzione degli ammortizzatori sociali, repressione del dissenso e mancato varo di politiche inclusive – dei giovani, delle donne, delle aree periferiche più arretrate – sono tutti elementi che hanno aumentato i divari sociali e territoriali, rendendo progressivamente più fragili gli equilibri politici di questi paesi”.

Le rivolte e le guerre tutt’ora in corso nei paesi del Nord Africa e del Medio Oriente non sono certo un incentivo per gli investitori stranieri, poco propensi a destinare i propri capitali in aree istituzionalmente instabili, tema affrontato nel capitolo di Anna Ferragina dell’Università di Salerno che ricostruisce l’andamento degli investimenti diretti esteri (IDE) in Nord Africa e in Medio Oriente negli ultimi 20 anni, individuando le debolezze strutturali responsabili della scarsa attrattività dell’area – mercati di dimensione limitata, modello di specializzazione basato sulle risorse naturali, limitati scambi Sud-Sud. Secondo l’autrice, i motivi del mancato allineamento delle economie della riva nord del Mediterraneo con quelle della riva sud non possono essere unicamente attribuiti alle cattive prestazioni nel campo dell’attrazione del capitale straniero, ma risiedono in errate decisioni politiche interne e sovranazionali che hanno determinato l’emergere di ulteriori preoccupanti fenomeni, quali disoccupazione e migrazione, di cui si parla in maniera più approfondita in due parti distinte del Rapporto curate rispettivamente da Luigi Comite e Stefania Girone dell’università di Bari e da Michele Colucci dell’Issm.

Il capitolo di Eugenia Ferragina e Désirée Quagliarotti dell’Issm che chiude il volume, mette in evidenza come diverse condizioni climatiche, ineguale disponibilità di risorse naturali e forti divari di sviluppo, creano nel Mediterraneo una diversa esposizione e vulnerabilità dei paesi agli effetti del cambiamento climatico. Il capitolo descrive le diverse traiettorie di sviluppo del settore agricolo tra le due rive del bacino e individua le radici dell’insicurezza alimentare dei Psem, analizzando la dotazione di risorse naturali, i modelli di produzione agricola e il funzionamento dei mercati. Il capitolo si chiude con una lettura geopolitica della sicurezza alimentare. Nei paesi arabi – fortemente dipendenti dalle importazioni di derrate alimentari di base e con una quota rilevante della popolazione che vive al di sotto o lievemente al di sopra della soglia di povertà – l’aumento del prezzo del pane ha contribuito al malcontento sociale che è sfociato nelle Primavere arabe.

 Eugenia Farragina è primo ricercatore presso l’Istituto di Studi sulle Società del Mediterraneo del CNR e professore a contratto di Economia e istituzioni dei paesi del Mediterraneo presso l’Università degli Studi di Napoli «l’Orientale». Dal 2005 collabora al Rapporto sulle economie del Mediterraneo.


Roberta Papaleo

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