Libano Zoom

Non senza la mia barba: la protesta dei giovani libanesi contro gli estremismi

Di Natalia Sancha. El País (31/01/2015). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo.

L'arresto di Hussein Charafeddine nel 2014
L’arresto di Hussein Charafeddine nel 2014

La barba di Hussein Charafeddine causa non pochi mal di testa alla giustizia libanese, ma non ha intenzione di radersi. Il rapper di trentatré anni conosciuto per le strade di Beirut come “Double A The Preacherman”, non si ricorda più quante volte è stato arrestato. A parte il fatto di indossare sempre un cappello con una ‘A’ sopra la visiera, la sua lunga barba lo trasforma in uno dei soliti sospetti.

Nel gennaio del 2014, dopo un’ondata di attentati che ha scosso il quartiere di Dahyeh, nella periferia di Beirut, la foto di Charafeddine si diffuse rapidamente sulle reti sociali libanesi. Scarpe da ginnastica bianche, camicia di jeans, testa rasata e barba lunga, il rapper con le mani dietro la schiena, con a fianco due agenti di polizia. Un terrorista era stato arrestato, secondo quanto dichiarava la giustizia.

Dopo una notte in carcere, venne assolto con un’enumerazione di scuse da parte della squadra anti-terorrismo. Il suo unico crimine: non radersi. Tornò in strada e al bar Radio Beirut, dove l’artista ogni lunedì canta i suoi versi e la sua prosa contro i totalitarismi, gli abusi di potere e le difficoltà di sopravvivenza nella società libanese. Questo incidente ha motivato molti altri giovani a buttare via il rasoio da barba in segno di protesta.

Questa barba che il mondo considera nello stile dei salafiti o dei musulmani ultraconservatori, è molto di moda in Libano. E non solo tra religiosi e militanti, ma anche tra i giovani hipster, i musicisti e gli artisti alternativi come Charafeddine che rivendicano il loro diritto a un vezzo estetico che esula il radicalismo. “La mia barba è parte della mia personalità da quando ero adolescente. Oggi è una forma di protesta sociologica. Possiamo avere la barba senza essere radicali, né tanto meno religiosi”, si difende il rapper. “Non si tratta di religione, ma delle nostre azioni, indipendentemente dal fatto che il delirio di pochi ci faccia apparire pericolosi”, improvvisa con un rap.

Dall’altra parte di Beirut, questa moda delle barba oltre i 5 centimetri di lunghezza crea problemi anche alla vita di Ali Mohamed Marwan. Ogni sera, mentre torna dal lavoro, viene fermato dalla miriade di controllo militari. I soldati in uniforme perquisiscono la sua macchina in cerca di armi o di potenziali terroristi venuti dalla Siria. E la barba fa parte del profilo criminale. “Si accosti a destra, per favore”: questa frase è il pane quotidiano di questo giovane di 26 anni che viene immediatamente perquisito, mentre i suoi documenti vengono ispezionati.

Tuttavia, anche lo smarrimento delle autorità è ormai un’abitudine, quanto Ali, con mezzo corpo pieno di tatuaggi, gli racconta che da tre anni lavora come cameriere nel bar Danys di Beirut. “All’università ho simpatizzato con i ragazzi del partito comunista e da allora mi sono fatto crescere la barba. Non sono religioso e non sopporto i radicali”, spiega Ali, che come Charafeddine si rifiuta di tagliarsi la barba.

L’astio contro lo stigma sociale è persino doppio per Ali. La sua barba gli procura continui interrogatori e i suoi tatuaggi gli costano i rimproveri dei più anziani. Solo nel bar, circondato da cocktail, nessuno giudica nessuno.

Natalia Sancha è una giornalista free-lance specializzata in Nord Africa e Medio Oriente.

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Roberta Papaleo

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