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Non è un Medioriente per cristiani

Nelle terre mediorientali oltre 2000 anni fa ebbe inizio la storia del Cristianesimo. Da lì la fede cristiana si è diffusa in tutto il mondo fino a raggiungere in questo secolo 2,18 miliardi di fedeli.

È proprio la culla della religione cristiana il luogo in cui, oggi, i suoi fedeli sono maggiormente perseguitati: la Siria il terzo paese al mondo dove è più pericoloso vivere per un cristiano è, seguito da Iraq, Afghanistan, Arabia Saudita, Pakistan, Iran e Yemen. La classifica stilata questo gennaio dall’organizzazione non governativa Open Doors USA, potrebbe veder dei cambiamenti alla luce degli ultimi eventi iracheni.

Lo scorso 2 settembre Amnesty International ha denunciato la “pulizia etnica” messa in atto dai jihadisti dell’IS contro le minoranze religiose presenti in Iraq. Le Nazioni Unite stimano che oltre 400mila persone sono state costrette dall’IS a lasciare il paese. Chiese, monumenti religiosi, tombe e archivi storici sono stati distrutti e migliaia di cristiani (ancora non si hanno delle stime precise) sono state uccise dopo aver rifiutato di convertirsi all’Islam.

Le persecuzioni contro le minoranze cristiane non sono un fatto nuovo in Medio Oriente, e non si delimitano solo all’Iraq. Secondo lo scrittore John L. Jr. Allen, autore del libro “The Global War on Christians”, “i cristiani sono il gruppo religioso più perseguitato sulla faccia della terra”.

In Medio Oriente, la più grande comunità cristiana è quella dei Copti in Egitto che conta 11milioni di osservanti. Seconda per numero di fedeli è la comunità maronita in Libano (1,2 milioni di persone), seguita dalla comunità melchita, la comunità armena e altre piccole comunità di rito ortodosso.

In totale la cittadinanza cristiana rappresenta il 4 per cento della popolazione mediorientale, circa 13milioni di persone. Nel Ventesimo secolo la percentuale era pari al 20 per cento. Gli eventi che stanno colpendo la regione porteranno entro il 2020 a una riduzione della popolazione di fede cristiana a soli 6milioni di persone su tutto il territorio mediorientale, secondo lo specialista Daniel Pipes.

Storicamente, la posizione dei cristiani in Medio Oriente è mutata dalla caduta dell’Impero Ottomano nel 1924. Se prima si poteva parlare di una convivenza tra le diverse fedi religiose, con la divisione territoriale e la nascita degli stati nazionali sono apparse anche divisioni settarie basate sulla religione.

I regimi “laici”, che negli scorsi cinquant’anni hanno governato paesi arabi come Egitto, Siria, Tunisia e Iraq, garantivano uno stato di sicurezza alle minoranze cristiane. Il prezzo da pagare era “la repressione militare” e la violazione dei diritti umani, come si legge nel comunicato dell’Assemblea degli ordinari cattolici in Terra Santa.

Per questo le rivolte della Primavera Araba rappresentarono un rischio per gli arabi cristiani. Dietro quelle proteste, le minoranze religiose vedevano nascosto lo spettro del fondamentalismo islamico e della settarizzazione della società. Sotto molti aspetti, gli eventi degli ultimi due anni sembrano aver dato ragione alle loro paure.

Il 14 agosto 2013 l’Egitto ha assistito al più forte scontro interreligioso della sua storia. Le violenze messe in atto dai membri della Fratellanza Musulmana portarono alla distruzione di 37 chiese, soprattutto nella città di Al-Minya.

La piazza che nel 25 gennaio 2011 chiedeva la destituzione di Hosni Mubarak era popolata da cittadini di tutte le fedi religiose presenti in Egitto. Quella dimensione di convivenza e di sentimento identitario comune è svanita molto velocemente. Quello di Al-Minya è solo l’ultimo di numerosi attacchi settari contro la minoranza copta: nel luglio del 2013 si sono registrati 6 attacchi a chiese e costruzioni religiose; dal 2011 allo scorso anno 59 copti sono stati uccisi e 714 feriti, 114 famiglie copte hanno visto le loro proprietà saccheggiate e 112 sono state costrette a lasciare le proprie case.

Nonostante dall’elezione alla presidenza dell’ex federal-maresciallo Abd al-Fatah el-Sisi sono diminuiti gli episodi di violenza settaria contro i cristiani, il fenomeno non è stato ancora del tutto arginato: lo scorso agosto nuovi attacchi a chiese e proprietà cristiane sono stati messi in atto dai membri della Fratellanza Musulmana.

I tre anni di guerra civile hanno duramente colpito anche la comunità cristiana siriana. Ridotta a circa mille persone, rispetto alle 160mila presenti prima dell’inizio della guerra, la presenza cristiana in Siria “sta diventando l’ombra di se stessa”, si legge nel rapporto sulla libertà religiosa nel mondo del governo americano.

Da quattro giorni i combattenti del gruppo islamista Jabhat al-Nusra stanno assediando la città di Mhardeh, una delle ultime roccaforti cristiane della Siria. “Vi sono bombardamenti notte e giorno” ha dichiarato al The Telegraph un residente di Mhardeh, “non abbiamo elettricità. C’è solo una strada per uscire, ma è pericoloso attraversarla”. Per i cristiani siriani la minaccia non è rappresentata solo dalle forze islamiste. Il loro esser neutrali li ha resi un obiettivo anche per altri schieramenti dell’opposizione siriana, e le chiese cattoliche recentemente distrutte a Aleppo ne sono la riprova.

“La tragedia che sta accadendo nel Nord dell’Iraq, non soltanto mette in pericolo la convivenza multiculturale…, ma costituisce anche un rischio per i cristiani in una regione in cui abitano dai primordi della cristianità”, con queste parole il Consiglio delle conferenze dei vescovi d’Europa si è rivolto alle Nazioni unite, facendo eco agli appelli di Papa Francesco che, nei suoi interventi pubblici, ha più volte ricordato la condizione dei cristiani in Iraq.

 

 

 

 

 

 

 


Silvia Di Cesare

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