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Niente scuola oggi in Siria

Di Kamilia Lahrichi. Your Middle East (07/10/2015). Traduzione e sintesi di Alice Bondì.

“Io so come ci si sente quando si è un bambino in un paese dilaniato dalla guerra come la Siria e non si può andare a scuola”, dice il 15enne Ahmad Samir, residente a Kabul, durante un incontro organizzato dalle Nazioni Unite a New York il 27 settembre. Ahmad è un appassionato sostenitore dell’istruzione. Non sopporta il fatto che la metà dei bambini in Afghanistan non sono iscritti a scuola, “in particolare le ragazze, perché non abbiamo insegnanti di sesso femminile”, aggiunge. “Se la guerra non ci fosse più, saremmo in grado di aprire più porte all’educazione”, dice con speranza.

L’impatto della guerra sui giovani è una delle questioni più critiche per il futuro di una nazione. A circa 3.000 miglia di distanza dall’Afghanistan, la furia della guerra in Siria costringe più di quattro milioni di bambini a spostasti soprattutto verso il vicino Libano, la Giordania e la Turchia. Si tratta di una “crisi di proporzioni bibliche”, ha detto l’inviato speciale delle Nazioni Unite per la Global Education lo scorso settembre.

Da quando ha avuto inizio lo spargimento di sangue nel 2011, dopo i movimenti di protesta che mettevano in discussione l’autorità del presidente Bashar al-Assad, circa la metà della popolazione – 11 milioni – ha dovuto fuggire dai combattimenti. Di questi, la metà sono bambini sotto i 18 anni.

Carolyn Miles, direttore generale dell’organizzazione di soccorso Save the Children, durante l’incontro a New York, ha ricordato che le scuole in Siria sono costrette a chiudere a causa del conflitto: il paese aveva generalmente un tasso di iscrizione scolastica pari quasi al 100%, mentre oggi la metà dei bambini rifugiati siriani non sono iscritti a scuola. In altre parole, oltre 2,6 milioni di bambini siriani non sono andati in un istituto scolastico negli ultimi tre o quattro anni, secondo l’UNICEF.

I fortunati che hanno trovato asilo all’estero, devono adattarsi ad un nuovo programma di studi, che spesso è in un’altra lingua o in un formato diverso. Ad esempio, il ministero della Pubblica Istruzione del Libano richiede ora che i bambini siriani rifugiati forniscano la certificazione adeguata per andare a scuola nel piccolo paese. Il problema è che la maggior parte di questi rifugiati sono fuggiti alla guerra senza tali documenti.

Altrettanto preoccupante è che questi giovani sono spinti al lavoro minorile, allo sfruttamento e matrimoni precoci: da un rapporto del luglio 2015, pubblicato da Save the Children e UNICEF, è emerso che i bambini siriani contribuiscono al reddito familiare nel 75% delle famiglie intervistate. In Giordania, quasi la metà dei bambini siriani – a volte di appena sei anni – mantengono la propria famiglia, generalmente guadagnando dai 4 ai 7 dollari al giorno. Nel peggiore dei casi, invece, questi bambini prendono parte alla guerra o ad attività illegali. Di solito, vengono anche sfruttati sessualmente.

La crisi siriana, pertanto, illustra le sfide nel trattare con il crescente numero di profughi del pianeta. In realtà, non ci sono mai stati così tanti sfollati in tutto il mondo come oggi, secondo le Nazioni Unite. La cifra mondiale complessiva ha raggiunto i 60 milioni dalla fine del 2014.

“Per la prima volta, la questione dei rifugiati è al centro dell’ordine del giorno”, ha detto Antonio Guterres, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, il 27 settembre. “La differenza (con gli anni precedenti) è che nel 2015, i rifugiati per la prima volta sono arrivati in massa nei paesi sviluppati, che è il motivo per cui ora c’è così tanta attenzione sulla questione”, ha aggiunto. Eppure, l’86% dei rifugiati di tutto il mondo si trova in nazioni ancora in via di sviluppo, secondo i dati diffusi dall’UNHCR.

“Essere un rifugiato o un immigrato significa prima di tutto pensare a sopravvivere, non a ottenere un lavoro o andare a scuola”, spiega la 15enne Lina, un’irachena nata e cresciuta in Danimarca. Suo padre si trasferì nel paese europeo dopo essere stato un soldato per 12 anni in Iraq. “Ha pensato che sarebbe potuto morire da un giorno all’altro se fosse rimasto ancora lì”.

Kamilia Lahrichi era redattrice per la Thomson Reuters a Hong Kong. Nel 2015 ha vinto una borsa di studio in giornalismo per la National Press Foundation ad Abu Dhabi.

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Roberta Papaleo

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