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Netanyahu e una possibile guerra civile

Di Meron Rapoport. Middle East Eye (05/10/2015). Traduzione e sintesi di Angela Ilaria Antoniello.

Nelle ultime settimane in Israele si è discusso della natura degli ultimi eventi: sono l’inizio di una nuova intifada o una periodica esplosione di violenza? L’uccisione di due coloni vicino a Nablus e di due israeliani nella città vecchia di Gerusalemme, associati agli scontri su vasta scala in tutta la Cisgiordania e Gerusalemme, hanno messo fine a questo dibattito. Israeliani e palestinesi stanno entrando in una nuova fase del conflitto, che la si chiami o meno intifada.

Nella prossima riunione di gabinetto, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu verrà sicuramente messo sotto attacco. Il partito  La Casa Ebraica, guidata dal ministro dell’Istruzione Naftali Bennett e dal ministro della Giustizia Ayelet Shaked, sosterrà che il suo approccio apparentemente morbido verso i palestinesi ha portato all’attuale escalation di violenza. Voci simili aleggiano anche all’interno del suo partito, il Likud.

Le richieste di Bennett e Shaked sono vaghe o di difficile attuazione. Vorrebbero che i soldati e i poliziotti avessero le mani più libere, ma l’uccisione di una donna palestinese la settimana scorsa a Hebron suggerisce che le mani dei soldati non siano propriamente legate. Vorrebbero la costruzione di nuovi quartieri ebraici in Cisgiordania, ma se pure si arrivasse a tale decisione ci vorrebbero anni per realizzarla. Vorrebbero rimandare in carcere i palestinesi rilasciati nell’operazione che portò al rilascio di Gilad Shalit, ma anche questa mossa solleverebbe seri problemi legali.

Se Netanyahu sopravvive alla pressione politica, le scelte che deve affrontare ora sono veramente difficili, forse più complesse di quelle che la scorsa estate hanno preceduto il lancio dell’operazione “Margine di Protezione”. Questa volta, l’esercito israeliano non ha di fronte una zona facilmente definita come “territorio nemico”. L’attacco di giovedì nei pressi di Nablus è avvenuto nella zona C della Cisgiordania, zona che è sotto il pieno controllo israeliano. L’attacco nella città vecchia di Gerusalemme è avvenuto in una città che Israele ha annesso 48 anni fa e dove l’Autorità Palestinese e le sue forze non hanno alcuna voce in capitolo. In questo caso la presenza di coloni israeliani rende impossibile l’uso di F16, cosa fattibile nella Striscia di Gaza a seguito del disimpegno unilaterale del 2005.

Anche le richieste di una rinnovata “Operazione Scudo Difensivo”, il nome dato alla rioccupazione israeliana della città palestinesi in Cisgiordania nel 2002, nel tentativo di sedare la Seconda Intifada, sembrano piuttosto vane. Come possono testimoniare gli abitanti di Ramallah, Betlemme e Jenin le forze israeliane entrano regolarmente nelle città palestinesi in Cisgiordania. Non vi è alcuna necessità di rioccupare delle aree in cui l’esercito israeliano è già presente. In casi simili in passato, Israele avrebbe minacciato di far collassare l’Autorità Palestinese. Ma oggi l’ultima cosa al mondo che Israele vuole è il crollo dell’Autorità Palestinese, della cui autenticità molti palestinesi già dubitano, in quanto dovrebbe assumersi la responsabilità delle vite di milioni di palestinesi.

Da quando è stato rieletto nel 2009, Netanyahu è stato un forte sostenitore dello status quo. Oltre all’operazione “Margine di Protezione”, si è astenuto dall’intraprendere drammatiche mosse militari o politiche. Il suo ministro della Difesa, Moshe Yaalon, ha cercato di destreggiarsi fra un processo politico in fase di stallo, il pugno di ferro contro i palestinesi e piccole concessioni sulla libertà di movimento dei palestinesi in Cisgiordania. La relativa calma in Cisgiordania, fino a poco tempo fa, suggerisce che avevano ragione.

Tuttavia, i recenti eventi rendono il mantenimento dello status quo molto difficile, se non impossibile. Netanyahu è naturalmente responsabile di ciò che accade a Monte del Tempio, ma l’iniziativa di intensificare la presenza ebraica sul monte è partita da attivisti di destra e coloni, non dal governo. Gli attivisti palestinesi che si oppongono e si scontrano con questi coloni di Gerusalemme non sono inviati da Abbas o dei suoi uomini. Sono piuttosto spinti dalla rabbia e dalla paura che gli ebrei stiano presumibilmente andando a prendersi Al-Aqsa.

L’attuale ciclo di violenza somiglia più a una guerra civile tra ebrei e palestinesi che ad un confronto tra una guerriglia armata e un esercito regolare. Con il negoziato di pace quasi morto, con i palestinesi che stanno perdono la fiducia in Abbas e nella sua capacità di apportare un qualche cambiamento e con il più estremo governo di destra della storia israeliana, non è facile capire chi può mediare tra i due popoli e convincerli a tornare allo status quo. Netanyahu farà del suo meglio per lasciare le cose come stanno. Ma potrebbe aver perso il treno.

Meron Rapoport è uno scrittore e giornalista indipendente israeliano, ex capo della sezione News del quotidiano Haaretz.

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Ilaria Antoniello

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