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Nel frattempo, il teatro Cervantes muore

Di Nina Kozlowski. Tel Quel (22/01/14). Traduzione e sintesi di Alessandra Cimarosti.

Oggi centenario, il più grande teatro africano è in rovina. Nonostante i progetti di restauro siano stati regolarmente annunciati, la situazione peggiora sempre di più e i cittadini sono indignati.

È da tempo, ormai, che il teatro Cervantes è abbandonato. Vent’anni fa è stato chiuso definitivamente dal sindaco di Tangeri che si era trovato incapace di farlo funzionare. Costruito a partire dal 1911 dall’architetto spagnolo Diego Giménez e diventato proprietà dello Stato spagnolo nel 1928, l’edificio è affittato al Comune di Tangeri da diversi anni per la somma simbolica di un dirham. Da quando è stato celebrato il suo centenario il 12 dicembre, la sua vita rimane appesa ad un filo. La sua facciata è degradata, l’interno è devastato dall’umidità. Un triste destino per questo tempio dello spettacolo che ha segnato la storia della città e non solo. Potendo accogliere 1400 spettatori, il teatro Cervantes ha ricevuto i più grandi artisti e leader politici dello scorso secolo. “Un simbolo di convivenza, tolleranza, multiculturalità. Appartiene a tutti gli abitanti di Tangeri, qualsiasi sia la loro religione e nazionalità”,  lo descrive lo scrittore Rachid Taferssiti, nel suo libro “Tangeri, realtà d’un mito”.

“A Tangeri, tutto si trasforma in mito, è difficile interessarsi ai dati concreti, alla realtà”, afferma Stéphanie Gaou, proprietaria della Libreria Les Insolites, situata vicino al teatro fatiscente. Come molti altri, ritiene che il progetto di restauro dell’edificio “brancola nel buio”. Dalla chiusura del teatro, Marocco e Spagna hanno annunciato più volte che sarebbe stato stabilito un budget, senza risultato. Alla fine degli anni ’90, i due Stati avevano concluso un accordo per lanciare un grande cantiere di restauro. Progetto annullato un anno più tardi, a causa di una crisi diplomatica tra i due Paesi riguardante l’Isola Laila. In seguito, il ministero degli Affari Esteri spagnolo ha regolarmente fatto delle donazioni. Recentemente, è stato sistemato il tetto per limitare i danni, in attesa di una vera soluzione.

Oltre ai lavori di restauro che dovrebbero costare tra 50 e 70 milioni di dirham, si presenta il problema dell’uso del teatro che necessita un finanziamento ben più oneroso. Una volta rimesso in piedi, bisognerà rimettere in moto la macchina, attirare il pubblico e raccogliere denaro. “Il sindaco è determinato nel volerlo salvare, ma anche se lo dovesse comprare o se concludesse un nuovo accordo con la Spagna, comunque non avrebbe i mezzi per mantenerlo”, dichiara Rachid Taferssiti.

Pertanto, non sono le idee a mancare. Il collettivo cittadino “Sostener lo que se cae” (“Sostenere ciò che cade”), per esempio, reclama un contratto di cessione al governo spagnolo per occuparsi del teatro Cervantes. “Vorremmo ispirarci al lavoro di Peter Brook, direttore del teatro inglese che si è a sua volta ispirato al teatro des Bouches a Nord di Parigi: invece di restaurarlo tutto, è stato riparato solo ciò che serviva per permettere la sicurezza del luogo e un minimo di funzionalità”, spiega Ahmed, studente, attore e promotore del progetto. La sua ambizione sarebbe di costruire uno spazio multiculturale i cui finanziamenti sarebbero assicurati da una caffetteria, un museo e da spettacoli a buon prezzo. Secondo lui, le autorità spagnole sono interessate al teatro, ma dubitano della sua redditività.

Nel frattempo, quattro artisti, la pittrice Consuelo Hernandez, il romanziere Santiago Martin Guerrero, il poeta Mezouar el-Idrissi e il drammaturgo Jésus Carazo, hanno pubblicato un libro intitolato “Una scena in rovina: appello artistico e letterario per il recupero del Gran Teatro” al fine di sensibilizzare l’opinione pubblica ed eventuali donatori. Per le strade gira voce che il francese Pierre Bergé, uomo d’affari che ha già acquistato la Libreria des Colonnes, voglia comprarlo. Nel frattempo, il teatro Cervantes muore.

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Roberta Papaleo

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