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Negoziati in Medio Oriente, tempo di scommesse

Kerry - negoziati israelo palestinesiDi David Ignatius. The Daily Star (25/07/2013). Traduzione e sintesi di Cristina Gulfi

Due qualità che raramente si associano ai moderni segretari di stato americani sono la pazienza e il tenere la bocca chiusa in pubblico. Ma nei suoi primi sei mesi John Kerry ha dimostrato di possederle entrambe – e proprio il suo ostinato silenzio sembra averlo condotto alle porte delle nuove trattative di pace tra israeliani e palestinesi. “Il modo migliore per dare una possibilità a questi negoziati è mantenerli privati” ha affermato Kerry venerdì scorso ad Amman mentre annunciava un accordo per la ripresa di colloqui diretti dopo tre anni di stallo.

In questa sua impresa ostinata e solitaria, Kerry ricorda il capitano Achab di Moby Dick. Ha fatto la spola tra gli Stati Uniti e il Medio Oriente per sei volte, nel tentativo di strappare concessioni su quella che nel 2010 Obama definì “una questione intrattabile”. E forse proprio a causa delle frustrazioni del presidente, la Casa Bianca ammette che Kerry agisca in autonomia.

Il segretario di stato ha insistito, nonostante gli sbadigli e i fischi da Washington. Secondo il giornalista Jeffrey Goldberg, si era imbarcato in “un’impresa folle”. Prima dell’annuncio di venerdì scorso, si diceva che nei suoi primi sei mesi avesse ossessivamente dato la caccia alla balena bianca che è il processo di pace, ignorando questioni più urgenti come l’Egitto e la Siria. Ma Kerry è impegnato nella politica estera americana da così tanto tempo da capire che la questione israelo-palestinese resta perno della diplomazia in Medio Oriente.

Qual è dunque la sua strategia in questi negoziati? Innanzitutto le due parti hanno concordato alcune misure di fiducia. Gli israeliani rilasceranno un numero significativo di prigionieri palestinesi arrestati prima degli accordi di Oslo del 1994 – una questione cruciale per il presidente palestinese Mahmoud Abbas. I palestinesi, in cambio, per almeno sei mesi non giocheranno la loro carta vincente, ovvero il riconoscimento come stato in seno alle Nazioni Unite. Nel corso dei negoziati sullo status finale, le due parti hanno anche accettato di trattare in via prioritaria le questioni tra loro legate dei confini dello stato palestinese e della sicurezza di Israele.

Per quanto riguarda il primo punto, Kerry sostiene la formula standard “confini del 1967 più scambi di terra”. Tuttavia, mancando ancora un accordo con Israele, le trattative metteranno l’accento sui confini del nuovo stato, in contrasto con quelli vecchi. I palestinesi sembrano propensi a concedere ad Israele di mantenere grandi blocchi di insediamenti  a nord e a sud di Gerusalemme che includono tra il 50 e il 60 per cento dei coloni della Cisgiordania, ma gli israeliani vogliono di più.

Gli accordi sulla sicurezza saranno invece formulati dal generale John Allen, ex comandante in Afghanistan. Alla luce delle preoccupazioni israeliane per un futuro stato palestinese, l’intento è evitare di creare un’altra base lanciarazzi come Gaza.

Due mosse intelligenti sono state fatte per facilitare il processo. In primo luogo Kerry ha convinto la Lega Araba a modificare la proposta di pace del 2002, abbandonando così la richiesta di tornare ai confini del 1967 e permettendo invece scambi di terra. Gli stati arabi hanno inoltre rinnovato la promessa di riconoscere Israele. In secondo luogo il segretario di stato ha lanciato un piano da 4 miliardi di dollari, con la partecipazione di imprenditori sia israeliani che arabi incoraggiati dalle opportunità di prosperità che potrebbero derivare dalla pace e dalla creazione di uno stato palestinese.

Il lavoro incessante di Kerry negli ultimi sei mesi sembra aver condotto a qualcosa. Raramente si è disposti a puntare sulla pace in Medio Oriente, ma è tempo di scommettere. Ancora una volta.

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Cristina Gulfi

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