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Nasrin Sotoudeh, “prigioniera di coscienza”, vince il premio Sakharov insieme al regista Jafar Panahi

 “L’assegnazione del Premio Sakharov per la libertà di pensiero agli iraniani Nasrin Sotoudeh e Jafar Panahi è un messaggio di solidarietà e di riconoscimento a una donna e un uomo che non si sono lasciati piegare dalla paura e dall’intimidazione e che hanno deciso di anteporre il destino del loro paese a quello personale. Mi auguro sinceramente che saranno in grado di venire di persona a Strasburgo al Parlamento europeo per ritirare il premio nel mese di dicembre “.

Queste le toccanti parole pronunciate poche ore fa dal Presidente del Parlamento europeo Martin Schulz, subito dopo la riunione che ha decretato i vincitori.

Il Premio, istituito nel 1988, viene assegnato ogni anno a chi lotta per la difesa dei diritti umani e della libertà di pensiero e prende nome dal Nobel per la fisica Andrej Dmitrievic Sakharov, scienziato e dissidente sovietico che si oppose al regime e al programma nucleare dell’URSS. Oltre a Sotoudeh e Panahi, tra i candidati finalisti figuravano l’attivista bielorusso Ales Bialiatski, fondatore del Centro per i diritti umani Viasna che dà sostegno economico e legale ai detenuti politici, e il noto gruppo punk-rock russo Pussy Riot, composto da tre ragazze finite in carcere per una canzone anti Putin.

Nella scelta dei vincitori del Premio, assegnato per la prima volta a dei cittadini iraniani, la Commissione del Parlamento europeo è stata unanime e Schulz ne ha sottolineato la valenza decisamente ‘forte’: “Il premio Sakharov attribuito agli iraniani Jafar Panahi e Nasrin Sotudeh è una chiara condanna al regime di Teheran”, ha dichiarato. Non è difficile capire perché.

Basta guardare alla vita dei due vincitori che non hanno chinato il capo nemmeno quando il loro dissenso è stato violato dalla condanna al carcere. Amnesty International ha coniato un espressione che traduce perfettamente queste amare realtà: ‘prigionieri di coscienza’.

Il contesto socio-politico in cui Nasrin e Jafar cercano di far sopravvivere i loro ideali di libertà, è quello di un regime che impedisce persino agli avvocati di fare il loro lavoro. Anche per loro infatti, difendere la democrazia e i diritti umani è diventata un’impresa davvero ardua e pericolosa, se non addirittura impossibile, soprattutto se il cliente è un oppositore del regime. Sono sempre più numerosi in Iran, i casi di legali finiti dietro le sbarre con l’accusa di propaganda allo scopo di rovesciare il governo e per questo condannati al carcere e come pena aggiuntiva, al divieto di continuare a esercitare la professione per un certo numero di anni.

Nasrin Sotoudeh, avvocato e attivista dei diritti umani, è una delle tante vittime di questa campagna repressiva del regime, ma oltre alla condanna a 11 anni di carcere, poi ridotta a 6, al divieto di esercitare per 20 anni e di viaggiare all’estero per 10, le viene anche impedito di vedere i figli. Privazioni devastanti a cui la donna sta rispondendo con uno sciopero della fame iniziato una settimana fa.

Nata nel 1963 da una famiglia della classe media iraniana, Nasrin ha studiato diritto internazionale ed è diventata avvocato nel 1995. Nel corso della sua carriera ha difeso numerosi attivisti dell’opposizione iraniana, arrestati dopo le contestazioni seguite alle elezioni presidenziali del 2009.

Ha collaborato con il Premio Nobel per la pace e attivista dei diritti delle donne, Shrin Ebadi. Un legame che non è affatto piaciuto al regime e che ha contribuito ad aggravare la sua posizione.

Da due anni Nasrin è rinchiusa nel noto carcere di Evin, a Teheran, spesso in isolamento. Si è rifiutata di indossare il chador ritenendolo una violazione dei suoi diritti e pare che questo sia stato uno dei motivi che hanno portato al divieto di farle incontrare i suoi due figli.

Ma il suo sciopero della fame, secondo quanto riporta il Guardian, sembrerebbe dovuto anche ad alcune ingerenze del regime nella vita dei suoi familiari. Il marito Reza Khandan e la figlia  dodicenne Mehraveh, sono infatti soggetti a un divieto di viaggio e sono stati convocati in tribunale probabilmente per tentare di fermare la campagna per la sua liberazione.

Il Ministro degli Esteri britannico, William Hague, ha invitato l’Iran a riconsiderare la ‘scandalosa’ e deplorevole’ detenzione dell’avvocato Sotoudeh.

Nasrin si è battuta strenuamente anche per difendere imputati minorenni. Nel 2011 in Iran almeno 143 minorenni sono finiti nel braccio della morte, in attesa di essere giustiziati al compimento del 18esimo anno di età.

Ma in carcere sono finiti anche i suoi avvocati, Abdolfattah Soltani, condannato a 13 anni, e Mohammad Ali Dadkhah, condannato a 9 anni, entrambi cofondatori insieme a Shirin Ebadi, del Centro per i difensori dei diritti umani (CDHR). 

La stessa Shrin Ebadi ha fornito una lista di ben 42 eccellenti avvocati finiti in carcere dopo le elezioni del 2009. Le accuse? Più o meno quasi sempre le stesse: propaganda per rovesciare il governo.

Anche il caso del regista Jafar Panahi è noto da tempo e ha suscitato altrettanto sgomento non soltanto nel mondo cinematografico. Il suo arresto nel 2010, fu definito da Ahmad Rafat, scrittore e giornalista italo iraniano “l’arresto di un’idea”, perché accusato di voler realizzare un film sulle contestazioni seguite alle elezioni presidenziali del 2009, incarnate dall’Onda verde, quell’incredibile atto di coraggio dei giovani iraniani scesi in piazza per decidere il loro futuro, e per aver appoggiato il leader Moussavi. Juliette Binoche, in lacrime, e Abbas Kiarostami ne chiesero il rilascio durante la conferenza stampa dell’edizione 2010 del Festival di Cannes, lasciando una sedia vuota tra i componenti della giuria, di cui il regista iraniano avrebbe dovuto far parte. A quell’arresto Panahi rispose con uno sciopero della fame e fu rilasciato dopo 88 giorni di carcere, dietro una cauzione di 200,000 dollari ma in attesa della sentenza definitiva che arrivò il 20 dicembre dello stesso anno dal tribunale di Teheran: 6 anni di carcere, per attività sovversive e di propaganda che danneggiano l’immagine della Repubblica Islamica. Per 20 anni Panahi non potrà dirigere film, scrivere sceneggiature, rilasciare interviste, né potrà lasciare l’Iran se non per motivi di salute o per andare in pellegrinaggio alla Mecca. Un vero e proprio dead man walking.

Jafar Panahi ha al suo attivo prestigiosi premi a livello internazionale: Camera d’Or al Festival di Cannes nel 1995 con il lungometraggio Il palloncino bianco, delicata favola neorealista con particolare attenzione al mondo dei bambini; Pardo d’oro a Locarno nel 1997 con Lo specchio, dedicato alle difficili condizioni di vita delle donne in Iran; Leone d’oro a Venezia nel 2000 con Il cerchio, storie di vita di otto donne che vivranno l’esperienza del carcere nell’Iran di oggi; Premio della giuria a Cannes nel 2003 nella sezione Un certain regard con il noir Oro rosso, proibito in Iran; Orso d’Argento a Berlino nel 2006 con Offside,  storia di alcune ragazze che si travestono da maschio per poter assistere alla partita della nazionale di calcio iraniana, anche questo proibito in Iran. Panahi era già stato arrestato e poi subito rilasciato il 30 luglio 2009, nel cimitero di Teheran in occasione della commemorazione della morte di Neda, la ragazza uccisa durante le proteste di giugno. Pochi mesi dopo, ad ottobre, gli veniva negato di potersi recare in India per partecipare come giurato al Festival del Cinema di Mumbai. Nel febbraio del 2010 non aveva potuto partecipare alla Berlinale e nel settembre dello stesso anno gli fu impedito di partecipare alla Mostra di Venezia per presentare il suo cortometraggio The accordion (La fisarmonica), nella sezione Giornate degli autori. Un corto di nove minuti che descrive il clima repressivo in atto a Teheran, attraverso le vicissitudini di due suonatori ambulanti costretti a consegnare i loro strumenti per un divieto religioso. Un artista scomodo, dunque, che il regime cercò di imbavagliare ancora prima della sentenza e al quale ha poi sferrato il colpo di grazia paralizzandogli la carriera con un verdetto spietato.

Ricordo le parole di Ahmad Rafat quando in un’intervista gli chiesi chi voleva punire il regime,  oltre al coraggio di Panahi. Mi rispose: “La dura condanna inflitta ad un regista noto internazionalmente e pluripremiato che non ha commesso alcun reato e infranto alcuna legge, nemmeno quelle in vigore nella Repubblica Islamica, non è una condanna nei confronti di una sola persona, ma una punizione collettiva del cinema iraniano. Colpendo Panahi che gode del rispetto e dell’ammirazione di un pubblico internazionale, il governo di Mahmoud Ahmadinejad vuole impedire al resto del cinema iraniano, soprattutto ai giovani registi meno conosciuti, di esprimersi liberamente e di impegnarsi socialmente e politicamente. Questa condanna è una forma di censura preventiva del cinema iraniano”.

Sono passati due anni da quell’intervista, eppure, in Iran la questione diritti umani non cambia, anzi  peggiora. Ma il coraggio resta e Panahi nel 2011 ha eroicamente prodotto con un I-Phone un video-documentario dal titolo “In film nist”- Questo non è un film, interamente girato in casa mentre era ai domiciliari, e con la collaborazione di Mojtaba Mirtahmasb, uno dei migliori  documentaristi iraniani. Il messaggio era chiaro: se non si può riprendere ciò che accade fuori, ci si può orientare verso sé stessi e riflettere su ciò che accade nella società. Un’idea geniale che attraverso una chiavetta Usb ha varcato i confini dell’Iran ed è stato presentato anche al Festival del Cinema di Venezia del 2011.

Un altro Iran dunque, quello di Nasrin Sotoudeh e Jafar Panahi, e oggi, il  meritato premio Sakharov, suona davvero come uno schiaffo al regime che ripetutamente calpesta i diritti umani ma che ora dovrà fare i conti con la dignità delle sue vittime, più forte delle torture e di qualsiasi tipo di violazione, della morte stessa. In una lettera ai suoi figli che non può incontrare (da www.persian2english.com )  Nasrin Sotoudeh scrive:

“So che avete bisogno di acqua, di cibo, di una casa, di una famiglia, dei  genitori, d’amore, di visitare vostra madre, tuttavia, avete altrettanto bisogno di libertà, di sicurezza sociale, di uno stato di diritto e di giustizia.”

 

Come dire, il mio sacrificio è per il vostro futuro, oltre i bisogni del momento, sarà per sempre. Nelson Mandela nel 1988 e Aung Sang Suu Kyi nel 1990, hanno ricevuto l’onore di questo  Premio che quest’anno, sarà consegnato ai vincitori con una cerimonia ufficiale al Parlamento Europeo di Strasburgo il 12 dicembre, stesso giorno della firma della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo delle Nazioni Unite, nel 1948. Sperando che questa data possa segnare l’inizio di una nuova pagina per i diritti umani in Iran, credo che l’intera umanità si sentirà davvero premiata se a ritirare il premio saranno Nasrin Sotoudeh e Ja’far Panahi, in persona e non dei rappresentanti o peggio, “due sedie vuote”.

Katia Cerratti

                  VIDEO NASRIN SOTOUDEH sulle esecuzioni dei giovani in Iran


Katia Cerratti

Giornalista professionista, laureata in Lingue orientali con una tesi in Islamistica sull’integralismo islamico in Egitto, comincia ad amare la lingua araba all’età di undici anni, quando un compagno di scuola, marocchino, le scrive il nome in arabo sul diario: Muhammad محمد. Coltiva negli anni una grande passione per il multiculturalismo, la difesa dei diritti umani e delle minoranze, segue la politica estera in particolare di Asia e Medio Oriente e la vita culturale di queste regioni. Inizia a scrivere sul "Calendario del popolo” di Nicola Teti, ha collaborato con il settimanale Left e con le testate online arabismo.it e newscinema.eu, e attualmente scrive per arabpress.eu. Da molti anni lavora nella redazione Media Management di Rainews24.

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