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Il mondo arabo tra cambiamento e distruzione

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Di Shafeeq Nazem Ghabra. Al-Hayat (02/06/2016). Traduzione e sintesi di Marianna Barberio.

Il mondo arabo contemporaneo sta attraversando uno dei periodi più difficili, specie dopo gli avvenimenti del 2011. La forza distruttiva di Daesh (ISIS), testimoniata alcuni giorni fa da un’esplosione nelle zone costiere della Siria e ad un attacco all’aeroporto militare russo in un’area considerata sicura dagli stessi russi, convince che la guerra in Siria continuerà ancora per molto e che la Russia sarà costretta a pagarne un duro prezzo – militare e politico – per uscire da una simile critica situazione in cui è affondata. A peggiorare il tutto, lo scenario in Iraq, Yemen, Egitto e Libia rispecchia la naturale condizione in cui vive la regione araba intera, insieme al suo popolo.

Tale degrado si avverte anche sul piano economico, con una riduzione di fondi e investimenti. Se da un lato il profitto veloce è alla base del successo di cooperazione con la regione araba, dall’altro ne rappresenta la crisi e il lento sviluppo.

Guerra, repressione, discriminazione e corruzione spingono dunque la maggior parte delle nuove generazioni alla fuga o all’emigrazione verso zone sicure. Una simile condizione di angoscia e preoccupazione interessa anche quei paesi arabi pacifici; infatti, la nuova generazione dei Paesi del Golfo avverte lo stato di corrosione e di degrado amministrativo, nonché la scarsità dei diritti e la debole capacità di sviluppo. Il risultato è un lento logoramento, in cui l’oggi non sarà come il domani. Spetta alle società e organizzazioni politiche trovare delle alternative di riforma valide in grado di affrontare in modo onesto e approfondito il deterioramento politico, economico, sociale e umano.

Il desiderio di fuga ed emigrazione è una prerogativa contemporanea, sconosciuta negli anni ’70 e ’80. È evidente che la maggior parte degli arabi che lasciano il proprio paese mirano a raggiungere quegli Stati in cui vi è un rispetto dell’essere umano nella sua interezza, in cui vengano riconosciute le libertà di espressione e di pensiero, e dove è possibile partecipare alla vita politica senza timore o minaccia di perdere quei diritti personali o lavorativi. La verità è che gli arabi non sono riusciti a trasformare il proprio paese in un’oasi di sviluppo, trasparenza, libertà e attrazione; e questo inciderà sul suo futuro con l’uccisione della propria identità e indipendenza, oltre al dilagare di maggiore violenza.

Di contro, troviamo un’altra generazione – araba o occidentale – che preferisce dirigersi verso zone di guerra, tra cui Siria e Iraq, convinti di poter cambiare gli equilibri o il destino che accomuna il mondo arabo, ma che sarà parte di un problema più grande.

Tuttavia, al di là della fuga, vi è chi rimane ed è determinato a combattere in virtù di una riforma quale che sia il prezzo da pagare. Tale generazione è consapevole che il proprio futuro e quello della propria stabilità poggiano su un rinnovamento e non su una continua accettazione di corruzione, tirannia e monopolio. Una riforma che richiede un forte impegno a livello politico, sindacale e sociale nell’intera regione araba.

In altre parole, il regime arabo contemporaneo ha fallito nel misurarsi con la legge, con i diritti e con l’essere umano, lasciando la sua porta aperta alla violenza, odio, rivoluzione e distruzione. Noi arabi viviamo oggi quello che l’Occidente ha vissuto prima di noi. Come quest’ultimo è riuscito a salvarsi, anche noi troveremo una via d’suscita, ma non prima di aver pagato un caro prezzo. Col tempo riusciremo a riscoprire il senso di raziocinio, di giustizia, di libertà, di democrazia, di responsabilità e trasparenza, del rapporto tra religione e stato e del legame tra Stato, diritti e società. E proprio questo potrebbe decretare la fine della tirannia nei paesi arabi.

Shafeeq Nazem Ghabra è professore di Scienze Politiche all’Università del Kuwait.

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