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Mitzad Sharmutot, viaggio di una parola forte

dal film Bab al-Shams, del regista Yousry Nasrallah
dal film Bab al-Shams, del regista Yousry Nasrallah

Una marcia per “protestare contro la cultura dello stupro – una cultura che stabilisce che se ti comporti in un certo modo, meriti di essere violentata. È sull’aggressore che dovrebbe ricadere la colpa, non sulla vittima”. Con queste parole il membro della Knesset Michal Rozin ha spiegato sulla versione online (Ynetnews) del quotidano israeliano Yedioth Ahronoth la sua partecipazione alla Mitzad Sharmutot che si è svolta qualche giorno fa, a Tel Aviv. Il significato in ebraico dell’espressione scelta per la protesta è forte, “Marcia delle Puttane”, e si richiama a una frase pronunciata nel 2011 da un funzionario di polizia di Toronto. Il funzionario ha detto in quell’occasione che “le donne dovrebbero evitare di vestirsi come puttane per non diventare vittime”, suscitando molte polemiche. Uno degli aspetti che mi ha colpito è che la parola sharmutot è in realtà presa dalla lingua araba, ma con una differenza. Ha provato a spiegarla al quotidiano Haaretz Yaara Lieberman-Kalif, una delle organizzatrici della marcia di Tel Aviv dello scorso anno, che intervistata in quell’occasione ha asserito: “Anche se nel significato originale arabo sharmuta vuol dire puttana, nella sua accezione adottata nello slang ebraico descrive una donna sessualmente libera, in senso negativo”. Dunque il significato in ebraico è meno forte, eppure l’organizzatrice nota come lo stesso “sharmuta è una parola ritenuta sconvolgentemente schietta nella società politically-correct israeliana, ma la usiamo tutti”. Chi ha organizzato la manifestazione di quest’anno, Tsipi Erann, spiega bene le implicazioni di una parola simile: “Il solo uso della parola sharmuta è fatto per opprimere le donne nei confronti della loro sessualità. La sessualità non può diventare un’espressione negativa, non si può mettere in riga nel loro comportamento le donne ed opprimerle solo perché hanno una sessualità: ciò è loro permesso, come lo è agli uomini. Abbiamo rivendicato questo termine per indebolirne l’aggressività”. Quello che avviene è rigenerante: la lingua araba ha fornito alla lingua ebraica una parola – vessata tanto quanto le donne a cui viene rivolta – che nonostante questo si è trasformata in realtà in un potente messaggio di rivendicazione della libertà delle donne.

Il viaggio di questa parola, così, non si compie solo da un Paese all’altro della protesta (l’anno scorso erano già 83 le città di 15 nazioni ad aver aderito all’evento), e neppure soltanto dalla lingua araba allo slang ebraico. Ma è un viaggio in cui la parola sharmuta modifica le coste stesse che tenta di attraversare. È come se le donne coinvolte in questa protesta stessero dicendo: “Quando sentite pronunciare la parola sharmuta come insulto, fatevi prima un paio di domande su chi l’ha appena usata, e non su coloro a cui l’ha rivolta”. sharmuta in questo senso diventa uno strumento di difesa, sapendo in che sistema di pensiero agisce chi la scaglia contro una donna, e diventa un modo immediato di autoqualificarsi da parte di chi la ostenta come accusa. Sottrarre una parola a chi la usa come insulto e aprire una riflessione sul suo significato, scardinandolo se necessario, è quanto di più propulsivo si possa provare a fare. Anche in italiano, per esempio, la parola puttana non aveva in origine un significato negativo, e significava semplicemente “ragazza”. Non è un caso che io personalmente, imparando l’origine delle parole più comuni, sempre di più non comprenda come si faccia ad usarle come insulti. “Arida è la lingua non la parola” ha scritto Adonis, dunque sta soltanto a noi far germogliare i significati che le parole custodiscono, e avviare riflessioni vibranti che le rendano più simili al modo in cui vorremmo usarle. “Ana’ sharmuta”, ho sentito dire a una fiera Nahila nel film tratto dal romanzo di Elias Khoury Bab al-Shams. Nahila ripete più volte, scandendolo, di fare la puttana perché – pur non essendo vero – in questo modo impedisce alle autorità che la stanno interrogando di ottenere informazioni sul suo uomo, Younis. Dichiarandosi sharmuta protegge chi ama di più: fa di un’offesa il più alto dei gesti umani. Ed è lì per me che la parola sharmuta può per un attimo posare lo zaino, e stanca e dolorante nelle ossa per il lungo vagare che poi riprenderà, dire a sé stessa del suo viaggio: “Posso fermarmi un po’ qui…”

Claudia Avolio

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