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La mistura giordano-marocchina per curare la Primavera Araba

Di Jamal Khashqoggi. Al-Hayat (30/08/2014). Traduzione e sintesi di Marianna Barberio.

Caro arabo pessimista, non soffermarti sulla Siria o l’Iraq e i fiumi di sangue e di odio generati dalla guerra civile, come anche in Libia o nello Yemen, piuttosto, presta attenzione alla Giordania e al Marocco, in cui regna speranza e possibilità di riforma.

Questi Stati privi di petrolio rappresentano oggi un nuovo modello di crescita e di rinascita per tutti quei Paesi interessati e indeboliti dalla Primavera Araba. Essi, infatti, hanno sostituito alla rabbia e alla violenza che si sono generate, un’energia positiva fino a rendere l’ideale della riforma una priorità condivisa dal re e dal popolo.

La Primavera Araba è stata macchiata dall’idea di “una democrazia occidentale” che però risulta fallimentare in un mondo non ancora pronto alla sua accettazione, come ribadito dai capi di stato e da quegli intellettuali silenziosi ma consapevoli dell’immaturità araba. L’influenza dell’ISIS non ha fatto altro che creare ulteriore scompiglio e divisione.

Tuttavia, se ascoltiamo attentamente le richieste iniziali della rivolta, notiamo come esse si soffermavano sulla possibilità di “una vita migliore” e il godimento di dignità e diritto da parte del cittadino nella propria patria.

La cura giordano-marocchina ha avuto il sopravvento su tutte le altre: essa non sana soltanto la Primavera Araba, ma persino quell’islam politico in balìa dell’instabilità. Più di un giordano sostiene infatti che “una vita migliore è accompagnata dalla partecipazione e dal farsi carico delle responsabilità politiche”, per creare un’alternativa popolare ai Fratelli Musulmani con la nascita di un governo parlamentare, il primo nella storia del regno hascemita. In Marocco si è succeduta una riscoperta di personalità tra il re, il popolo e gli islamisti: il popolo è fiducioso nel sistema e quest’ultimo riesce a garantire un clima di stabilità.

Il monarca giordano Abd Allah II e il monarca marocchino Muhammad VI hanno appuntato l’importanza della stabilità interna. Le priorità nazionali sono di natura economica e di crescita, non politiche o di sicurezza. L’obiettivo consiste in una redistribuzione equa della ricchezza onde evitare ulteriore squilibrio tra ricchi e poveri.

Una tale armonia positiva tra il re e il capo dei ministri eletto dal popolo arriva come una sinfonia meravigliosa alle orecchie dell’arabo pessimista. L’importante è che si giunga ad una riforma effettiva, che il cittadino avverta una migliore condizione di vita e che le sue parole vengano ascoltate.

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Roberta Papaleo

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