Islam Medio Oriente Zoom

Medio Oriente versus studi islamici

Di Jeffrey Adam Sachs. MadaMasr (22/10/2015). Traduzione e sintesi di Paola Conti.

Immaginate di utilizzare gli hadith per spiegare le elezioni egiziane o domandare ad un esperto del Corano di analizzare la guerra civile siriana. Un modo assurdo di comprendere il Medio Oriente, ma divenuto sempre più usuale dopo l’11 settembre. In un recente articolo su MadaMasr, Paul Sedra afferma che questo approccio a ritroso verso il Medio Oriente si sta sempre più riflettendo nelle università americane, dove posti di lavoro in “Islam e Modernità” o in “Società musulmane” sono diventati sempre più comuni.

Questa ossessione per l’Islam rischia, avverte Sedra, di ridurre complessi fenomeni politici, economici e sociali alla sola religione, emarginando allo stesso tempo il ruolo di cristiani, drusi, ebrei ed atei del Medio Oriente.
In qualità di persona con laurea concernente gli studi islamici (anche se precedente all’11 settembre) temo che Sedra stia sopravvalutando il suo caso. Per esser chiari condivido molte delle sue preoccupazioni, ma penso che un focus sull’Islam ci permetta di formulare domande e condurre analisi che possano arricchire i tradizionali programmi di studi sull’area mediorientale, superare i loro punti deboli e trovare risposte a domande che non sono in grado di porre.

In primo luogo, i“territori” analizzati dai Dipartimenti di studi su quest’area presentano delle lacune. Ad esempio ricordo una mia professoressa la quale mi informò che il mio interesse per l’Islam sudanese mi poneva al di fuori degli studi sul Medio Oriente, ma non abbastanza vicino a quelli africani. Aveva ragione: era troppo africano per i primi, troppo arabo per i secondi. Il Sudan è uno di questi paesi-limite (come la Mauritania e l’Azerbaijan) rimasti essenzialmente fuori dai confini di questi studi. Gli studi islamici sono gli unici adatti a trattare questi casi, sebbene in un modo che preclude alcune vie di ricerca e ne apre di altre.

Secondariamente, gli studi sull’Islam prendono sul serio la globalizzazione in un modo che tipicamente non viene usato da quelli riguardanti il Medio Oriente. Non voglio enfatizzare qui questo caso, poiché sono a conoscenza di molti eccellenti progetti trans-regionali condotti da studiosi di Medio Oriente. Detto questo, non è un approccio che si trova facilmente nel quadro degli studi mediorientali. Ad esempio l’incontro di quest’anno della Middle East Studies Association (Associazione di Studi sul Medio Oriente) presenterà documenti sul diritto islamico nei tribunali americani, sul multiculturalismo francese ed il velo, sui musulmani in Europa. Non mi lamento di questi contributi, anzi li sostengo fortemente, ma cosa hanno a che fare esattamente con il Medio Oriente? Cosa ci suggerisce la loro inclusione se non una tacita ammissione che in un epoca di diaspora e neoliberalismo la cornice degli studi sul Medio Oriente sta affrontando un’importante sfida?

Da ultimo, gli avvertimenti di Sedra riguardo gli studi sull’Islam non sono così differenti da quelli che le cosiddette “discipline” rivolgono da decenni ai Dipartimenti. Secondo molti politologi, per esempio, gli studiosi del Medio Oriente mancano delle abilità metodologiche e della conoscenza comparativa necessarie per convalidare i loro ragionamenti. Di base sospetto che Sedra sia motivato da una profonda ansia per l’attuale clima di islamofobia, in cui ogni analisi che ponga in primo piano l’Islam rischia di essere cooptata da bigotti e demagoghi. È una preoccupazione assolutamente valida, ma è un problema al quale sono esposti anche gli studi sul Medio Oriente. Il quadro di un certo studio sull’Islam comporta alcuni rischi? Si, certo, ma qual è l’alternativa? La divisione accademica del lavoro è sempre dipesa dall’omertà. Dobbiamo tutti un po’ mentire, fingere, forzare fenomeni complessi in rigide e scomode categorie. A tal proposito, gli studi sul Medio Oriente e sull’Islam hanno molto più in comune di quanto questi siano disposti ad ammettere.

Jeffrey Adam Sachs è ricercatore post-dottorato presso la Simon Fraser University.

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Giusy Regina

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