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Media egiziani verso un percorso pericoloso

Zoom 12 nov media egizianiDi Naila Hamdy. Ahram Online (06/11/2013). Traduzione e sintesi di Angela Ilaria Antoniello.

Meno di tre anni fa Bassem Youssef aveva scatenato numerose polemiche proponendo all’audience egiziana e a quella regionale un nuovo genere – il telegiornale satirico. Il programma di Youssef aveva portato il pubblico, assetato di riforme anche nei media, a sperare in una maggiore libertà di parola e di espressione. Lo show di Bassem Youssef, che in una delle sue puntate ha visto finanche la presa in giro dell’ora deposto Mohammad Morsi, rappresenta i cambiamenti che hanno accompagnato gli sviluppi politici e sociali durante la transizione.

Dopo tutto, in Egitto, le stazioni satellitari private e i giornali di proprietà privata, una volta resisi conto della concreta possibilità di cambiamento, hanno iniziato a riportare gli eventi locali in un modo che non aveva precedenti. I talk show popolari hanno mostrato i muscoli e hanno seguito l’evolvere della situazione politica passo dopo passo. Poco dopo si sono accodati anche i media di stato, una volta altamente controllati, perseguivano una migliore copertura mediatica e una maggiore capacità d’analisi.

I media hanno contribuito positivamente al processo di transizione, ma questo non vuol dire che la strada sia stata tutta in discesa. I media egiziani sono stati anche partigiani e spesso accusati di essere sensazionalisti contribuendo alla polarizzazione tra un Egitto liberale e uno islamista. C’è poi da dire che i professionisti continuano ad essere vulnerabili alle intimidazioni  e che c’è una pressione diretta e indiretta esercitata sui media statali e privati ​​da parte di diverse autorità.

Tuttavia, oggi i media egiziani stanno procedendo lungo un sentiero pericoloso che può potenzialmente portare a una minore libertà di stampa rispetto al passato. A seguito delle proteste di massa contro il governo islamista, nell’estate del 2013, i media egiziani hanno iniziato la discesa lungo la spirale del silenzio. Mentre il Paese è diventato preda di un fervore di militari e di sentimenti nazionalistici, uno scambio di voci è appena udibile. In onda non ci sono più Fodas Yosri o Reem Mageds, icone della libertà di stampa.

Ad oggi, la stazione TV privata egiziana, la CBC, ha sospeso la messa in onda del programma di Bassem Youssef, criticato da alcuni spettatori per aver fatto satira sul sostegno popolare al leader dell’esercito. Siamo lontani dai tempi in cui la stessa amministrazione aveva difeso il contenuto del suo show.

A differenza dei tempi passati, quando la censura dipendeva direttamente dalle autorità statali, sembra che questa volta sia venuta in risposta alla pressione sociale. Vi è consenso sul fatto che lo show di Youssef sia dannoso per il tessuto nazionale e la stabilità dell’Egitto. Non è che non ci siano stati giri di vite contro altri giornalisti, ma non credo che questa sia la ragione per la timida copertura degli eventi politici egiziani a partire dal 30 giugno. È la totale immersione personale, l’impegno con i cambiamenti e la paura di un  rifiuto della società che ha trattenuto molti dal loro entusiasmo iniziale per una migliore performance mediatica.

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Roberta Papaleo

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