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Mauritania: quando Biram brucia dei libri

Oumar Diagne (Mauritanie-web – 2/5/2012). Traduzione e testo di Carlotta Caldonazzo

Sono sorpreso della reazione di alcuni intellettuali mauritani all’azione di Biram Ould Dah Obeida, presidente dell’Iniziativa per la rinascita del movimento abolizionista (Ira). Biram non ha bruciato il Corano, ma testi scritti da mani umane. Una provocazione per scuotere gli animi, ma il clamore suscitato da questa azione, anche tra intellettuali che si dicono liberali, è spaventoso: una gara a chi è più islamico, la demagogia nelle sue forme più caricaturali. Se queste proteste sono sincere, denotano non solo un oscurantismo generalizzato, ma anche un pensiero unico che svela un totalitarismo già esistente, ma che oggi si vorrebbe imporre come fatto compiuto: la giurisprudenza malichita come religione imposta.

L’islam è nato in un mondo in cui vigeva la schiavitù, ma il profeta dell’islam Mohammed ha concesso agli schiavi uno status diverso da quello che li caratterizzava nel mondo greco e romano prima di lui. La tradizione sui profeti non riporta nessun caso di schiavizzazione, donde l’affermazione di alcuni secondo la quale l’ideologia schiavista nell’islam è successiva a Mohamed.

Unico testo religioso che prospetta un piano statale e privato di affrancamento sistematico e progressivo degli schiavi, il Corano tuttavia non proibisce formalmente la schiavitù. Anzi ne legalizza la pratica a danno dei nemici catturati sul campo di battaglia.

L’asservimento di prigionieri di guerra non è praticato dai primi califfi; Omar ibn al-Khattab (634-644) è iniziatore di una legislazione che mira a vietare di ridurre in schiavitù un musulmano. Tuttavia bisogna distinguere tra “infedeli” e credenti, come è avvenuto nelle campagne di razzia in Africa subsahariana e nell’Europa meridionale, i cui abitanti sono stati catturati e venduti come schiavi.

Secondo el-Arby Ould Salek, l’azione di Biram è stata un errore strategico, che avrà conseguenze negative per chi difende lui e gli altri attivisti per i diritti umani. Inoltre li rende vulnerabili in un paese in cui la cultura dominante è fieramente musulmana, dal momento che attacca un simbolo religioso (i testi di giurisprudenza malichita).

Invece l’azione di Biram non potrebbe forse demistificare gli scritti infondati di alcuni musulmani, soprattutto arabi, come al-Maliki? Biram ha osato bruciare un testo di un arabo (sia pure non sacro): non gli ho consigliato di farlo, ma credo che abbia già vinto, poiché la sua azione ha avuto una certa risonanza.

Desta infine sorpresa il tono del comunicato dell’Ira, che ha espresso “rammarico” per l’atto di bruciare i testi giuridici di al-Maliki, definendolo “un errore di percorso” imputato alla “delusione suscitata dal fatto che una società basata sull’ingiustizia e l’illegalità rifiuta il cambiamento”, ovvero il cammino verso l’uguaglianza di tutti i cittadini.


Carlotta Caldonazzo

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