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Marocco: verso una guerra culturale?

Bandiera del Marocco

Di Abderrahim Chalfaouat. Middle East Monitor (22/06/2015) Traduzione e sintesi di Chiara Cartia.

Malgrado il governo capeggiato dalla corrente islamista includa partiti provenienti da tutto lo spettro politico-ideologico, il Marocco ha testimoniato recentemente un “assalto” senza precedenti ai suoi valori religiosi e alla sua coesione sociale, innescando reazioni dalle politiche pubbliche e dagli attivisti politici. Per esempio, in politica, dibattiti accesi sono sorti intorno alla legge sull’aborto. La frattura è rientrata con la mediazione del re, malgrado sia previsto che continui a farsi sentire in sede sociale, politica e culturale. Una serie di eventi successivi suggeriscono una tensione crescente sui valori sociali, sul ruolo della legge e sulla capacità delle politiche pubbliche di mantenere una stabilità culturale.

La maggior parte di questi eventi hanno trasferito la lotta sociale verso gli ambiti mediatico e culturale. Subito dopo la cancellazione della visita di Shimon Peres prevista agli inizi di maggio a Marrakesh, sono stati diffusi spezzoni di un film sulla prostituzione a Marrakesh, “Much Loved”. Il regista ha chiesto ai commentatori di non giudicare il film sulla base di quei video che mostravano le scene più scioccanti di tutta la pellicola, scelta non arbitraria né accidentale. Conseguentemente, dopo aver sollevato uno scalpore incredibile, il film è stato vietato in Marocco per il suo contenuto sensuale e con l’accusa di degradare la dignità femminile. Il regista e la protagonista sono stati querelati per pornografia, trasgressione alla legge sul copyright e abuso di minori.

A distanza di poco tempo, Jennifer Lopez si è esibita in vestiti succinti al Festival di Mawazine. Il concerto è stato trasmesso sulla TV marocchina, sollevando un altro polverone sui social media e nelle strade. La reazione violenta ha obbligato il capo del governo a spedire una lettera alle autorità mediatiche per far rispettare la legge. Un gruppo di educazione ha intentato una causa contro le performance di nudo.

Nel frattempo, due membri delle Femen si sono filmate mentre si baciavano in topless di fronte alla Torre Hassan a Rabat. La visita delle due attiviste francesi è sembrata alla maggior parte degli attivisti e commentatori marocchini decontestualizzata, malgrado entrambe dichiarassero di appoggiare i diritti degli omosessuali. La loro trovata è stata considerata, forse erroneamente, come un modo per deviare l’attenzione dagli altri attacchi al tessuto sociale marocchino.

Il giorno dopo, una band ha usato una chitarra decorata con i colori dell’arcobaleno a un altro concerto a Mawazine, per protestare in favore dei gay contro il nuovo codice penale marocchino: il bassista dei Placebo Stefan Olsdal si è scritto sul petto un “489” in riferimento all’articolo del codice penale, in fase di proposta, che criminalizza l’omosessualità.

Queste azioni orchestrate sono riuscite ad attirare parzialmente l’attenzione del pubblico sulle politiche identitarie.

Una spiegazione per questa sequenza di eventi è che i conflitti politici si fanno più aspri nell’anno in cui ci sono le elezioni. La settimana in cui c’è stato un picco di eventi che sminuivano l’identità erano la spia delle elezioni del sindacato. Molti osservatori hanno fatto un collegamento tra le due cose, in un tentativo di rimaneggiare lo scenario su una dimensione ideologica conservatrice di destra. Solo rendendo più solida la legge democratica e rispettando le istituzioni politiche si potrà avere più attenzione per l’interesse pubblico e la garanzia del mutuo rispetto.

Un altro collegamento possibile è quello tra gli eventi recenti e la cancellazione della visita dell’ex presidente israeliano Peres in Marocco a maggio scorso. Gli attivisti avevano capito che Israele avrebbe reagito alla cancellazione e hanno cercato di trovare dei legami tra le proteste Femen e Israele. Una dei membri delle Femen, Amina Sboui, aveva lasciato il gruppo e temeva che le proteste in topless fossero finanziate da Israele.

La società civile marocchina e le politiche pubbliche hanno dimostrato molta maturità nel trattare queste provocazioni. Il problema oggi in Marocco sono le prospettive di lotta contro la corruzione e il dispotismo. La società civile è cosciente che la Costituzione del 2011 le permette di far parte dei processi decisionali. Invece di avere reazioni violente, le conviene essere tollerante verso la diversità ideologica. La violenza è al servizio della corruzione e del dispotismo, che sono le uniche vere minacce al presente e al futuro del Marocco.

Abderrahim Chalfaouat è un ricercatore nei settori dei media e delle politiche culturali.

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Chiara Cartia

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