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Il Marocco e le lezioni della Primavera Araba

Bandiera del Marocco

Di Abderrahim Chalfaouat. Middle East Monitor (07/09/2016). Traduzione e sintesi di Irene Capiferri.

In Marocco la campagna elettorale per le elezioni legislative del 7 ottobre è in pieno svolgimento. Il Partito dell’Autenticità e Modernità (PAM), sostenuto dalle istituzioni, promette di salvare il paese dal collasso, tentando di cavalcare l’onda dell’opposizione agli islamisti. Un fronte si sta però gradualmente formando, guidato dal Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (PJD), nel tentativo di contrastare il dispotismo e trarre qualche lezione dalla Primavera Araba. Ad esempio dall’esperienza egiziana: quando Morsi fu eletto presidente, fu difficile formare una coalizione anche perché le dinamiche pre-elettorali dimostrarono l’assenza di disponibilità al compromesso tra gli altri partiti. Mentre in Turchia, permettendo all’opposizione un certo grado di libertà, diversi partiti politici sono stati incoraggiati ad unirsi per difendere le scelte democratiche: proprio questo ha incoraggiato una giornalista del gruppo Dogan Media, nonostante i problemi della compagnia con il presidente Erdogan, a collaborare per l’inversione del colpo di Stato militare.

Così, in tempi di crisi e regressione, gli sviluppi post 2011 testimoniano che nella regione MENA dare priorità alle preoccupazioni comuni invece di irrigidirsi ideologicamente ha aiutato a mitigare gli effetti delle controrivoluzioni. Nonostante i differenti risultati locali, l’aver intrapreso compromessi nei momenti decisivi, ha facilitato un miglior risultato. In altre parole, i recenti cambiamenti politici, demografici e ideologici nella regione, per raggiungere una stabilità, hanno bisogno di trascendere il tradizionale dualismo tra destra e sinistra, tra islamisti e laici, e costruire una più significativa dicotomia tra sostenitori della democrazia e dispotismo.

A questo proposito, il PDJ ha preso una serie di misure inclusive per evitare la segregazione post-elettorale, indipendentemente dal risultato dei seggi. In primo luogo, ha favorito l’allentamento delle tensioni con il Partito dell’Indipendenza; si è poi accordato con il Partito del Progresso e del Socialismo per formare una coalizione. Ancora più significativo il fatto che il PDJ abbia incoraggiato alcune “figure nazionali” ad unirsi alle proprie liste elettorali, senza che necessariamente condividessero le loro inclinazioni ideologiche, ma in base alla loro volontà di lottare contro la corruzione e il dispotismo.

Per primo hanno accolto Najib Ouazzani, il segretario generale del Partito democratico Al-Ahd; hanno incluso l’oratore salafita Hmad El Kabbaj per attirare voti salafiti, a prova dell’apertura del PJD, e soprattutto per accrescere la fiducia dei salafiti nella politica di partito e nello scambio democratico nel paese. Hanno candidato Mohamed El Hamdaoui, l’ex-presidente del Movimento per l’Unificazione e la Riforma (MUR), grazie a cui potrebbero ottenere il sostegno degli islamisti che di lui si fidano e, a lungo andare, incorporare la sua esperienza organizzativa nel risolvere le sfide più profonde della fedeltà ai principi fondanti del partito. Infine il segretario generale ha suggerito che Najib Chawki, attivista di sinistra del Movimento 20 Febbraio, entrasse nei giovani del partito, per il suo impegno pro democrazia e la sua denuncia continua della corruzione e del dispotismo, soprattutto nella stampa. Egli potrebbe rappresentare un ponte con i giovani democratici in cerca di occupazione.

Tutte queste mosse dimostrano la volontà del PJD e dei suoi alleati di collaborare sulla base della democratizzazione e della lotta contro il dispotismo. Questo sarà fruttuoso, tuttavia, solo se le pressioni straniere e locali non spingeranno per soffocare l’intera esperienza.

Abderrahim Chalfaouat è un ricercatore in media e politiche della regione MENA, attualmente basato in Marocco.

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